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Bari, il grande inganno ai risparmiatori. Così la Popolare ha gonfiato le azioni

BARI — I vertici della Banca popolare di Bari, a cominciare dall’allora direttore generale Vincenzo de Bustis Figarola, sapevano che i 300 milioni di euro in azioni vendute nel 2014 a migliaia di risparmiatori, nelle cui mani si sarebbero trasformate in spazzatura, erano un pacco ad alto rischio. Che il loro valore di collocamento, superiore a 9 euro, era destinato a crollare nel giro di pochi mesi. Perché questo documentavano gli studi interni della Popolare. Questo suggerivano i numeri catastrofici delle sofferenze della Tercas. E su questo aveva concordato il Consiglio di amministrazione dell’Istituto, nello stesso momento in cui certificava il contrario con Consob, l’autorità di controllo di Borsa. Di più: nel verbale del Consiglio di amministrazione di Popolare del 17 ottobre del 2013 quando l’acquisizione di Tercas prende corpo – gli stessi vertici della banca svelano l’arcano di questi ultimi giorni intorno alle responsabilità di amministratori e vigilanza. L’invito ad acquisire Tercas era arrivato nei primi giorni di quell’ottobre 2013 direttamente dalla Vigilanza centrale di Banca d’Italia. Da quel Carmelo Barbagallo, cioè, che in quello stesso momento, stava chiudendo il rapporto ispettivo sulla Popolare e, contemporaneamente, avrebbe dovuto vigilare sul rispetto da parte della banca del blocco all’acquisizione di nuovi istituti che la stessa Bankitalia aveva imposto nel 2010.
Con ordine. Bankitalia, “orgoglio” e “inganno” 17 ottobre 2013. Nell’aula consiliare di Popolare è convocata una riunione decisiva. La banca deve decidere se acquistare o meno l’abruzzese Tercas. Se accogliere o meno ne vedremo poi il dettaglio – le sollecitazioni che arrivano da palazzo Koch. Per farlo servono almeno tra i 350 e i 500 milioni di euro. E andranno chiesti al mercato. Con emissione di azioni ordinarie e obbligazioni subordinate da collocare alla clientela di riguardo, così come al parco buoi dei piccoli correntisti.
Prende la parola il presidente Marco Jacobini. E – come si legge nel verbale della seduta – dice: «L’odierna riunione è stata convocata per fornire al Consiglio tutte le informazioni necessarie ad assumere in maniera informata e consapevole le determinazioni sull’invito ricevuto dalla Banca d’Italia a esaminare la sussistenza di condizioni e presupposti ritenuti favorevoli e verificare i profili operativi di un eventuale intervento della Popolare di Bari nell’operazione di salvataggio e risanamento di Banca Tercas, ora in amministrazione straordinaria ». Per suonare ancora più convincente, Jacobini aggiunge un dettaglio: «Alcuni giorni fa la Vigilanza centrale, attraverso il dipartimento deputato della gestione delle situazioni di crisi, ha preso contatto con il vertice della Banca per illustrare i termini della possibile operazione (…) La Banca d’Italia eleva la Popolare di Bari a un livello superiore di dignità, riconoscendole un ruolo di grande prestigio». Che tuttavia ha un costo. Non da poco. E che è compito dell’allora direttore generale Vincenzo de Bustis riferire con franchezza al Consiglio. «È vero – osserva – la sollecitazione della Banca d’Italia è un riconoscimento della credibilità e della fiducia che la vigilanza ci accredita. E la fiducia si nutre di scelte coraggiose e si alimenta con la coerenza dei comportamenti. L’invito, però, per quanto ci riempia di orgoglio, deve essere attentamente filtrato alla luce dei presupposti dell’arte del possibile, cercando di prevedere cosa potrà accadere nel futuro. Ed evitando, se possibile, situazioni di possibile disagio. Da un punto di vista patrimoniale, Banca Tercas ha bisogno di essere ricapitalizzata con capitale fresco, per recuperare l’equilibrio e raggiungere un “Tier one” (con questo termine si intende la componente primaria del capitale di una banca, il suo nocciolo duro, ndr ) soddisfacente. Sono anche un po’ a corto di liquidità. L’aspetto industriale preoccupa maggiormente, perché è stato perso del tempo importante». E, in ogni caso, chiosa, «il ritorno ad una prospettiva di redditività positiva potrebbe richiedere almeno 24/36 mesi». Insomma, i vertici di Popolare sanno che da Tercas non ricaveranno un solo euro di utile prima del 2018.
Il prospetto interno
Sanno anche qualcosa in più. In un prospetto interno della Banca, che porta la data del 31 ottobre 2013, elaborato dalla Direzione Generale Contabilità e bilancio e trasmesso all’ufficio del “Chief Risk Officer” (ruolo in quel momento ricoperto da Luca Sabetta, il dirigente che, come raccontato mercoledì da Repubblica , si trasformerà in whistleblower dell’inchiesta della Procura di Bari), l’operazione di acquisizione di Tercas viene valutata «potenzialmente idonea a determinare ripercussioni negative sulla redditività di Banca Popolare e sulla prospettiva di remunerazione e apprezzamento delle azioni». Di più: «A ripercuotersi negativamente sugli indici fondamentali dell’Istituto (quelli che determinano la solidità patrimoniale, insomma ndr .) » . Non fosse altro per un numero di Tercas. La banca abruzzese, al momento dell’acquisizione, presenta crediti deteriorati per tre miliardi e mezzo, pari a oltre il 50% in più del cosiddetto “Risk Weighted Asset” della Banca Popolare. Vale a dire il 50% in più delle esposizioni fuori bilancio ponderate in base al rischio (un tipo di calcolo utilizzato per determinare i requisiti patrimoniali adeguati di una banca).
La favola per gli investitori
Con un quadro di questo genere, la sottoscrizione di azioni della Popolare del 2014 per l’aumento di capitale necessario ad acquisire Tercas è un doppio salto mortale. Ma i vertici della banca, nel prospetto consegnato alla Consob e al mercato il 22 novembre di quell’anno, lo raccontano come una favola per bambini. Consumando un doppio inganno.
Il primo riguarda il valore di collocamento dell’azione e la garanzia per eventuali illiquidità nel loro riacquisto. Una relazione interna alla Popolare firmata da Deloitte consiglia infatti per le azioni un prezzo compreso “in un intervallo tra 8,7 e 8,9 euro”. Bene, la banca lo tira fino a 9,53. Di più: per rassicurare gli investitori sulla possibilità di disfarsi rapidamente dell’investimento, Popolare certifica che nessun ordine di vendita delle azioni è stato sin lì evaso con tempi di attesa superiore ai 90 giorni (circostanza che la Banca d’Italia, proprio nell’ispezione del 2013, aveva verificato come non vera).
Il secondo inganno riguarda invece l’operazione di aumento di capitale tout court e le sue ragioni: l’acquisto di Tercas. Si legge infatti nel prospetto informativo di quel 22 novembre 2014: «Si evidenzia che dall’operazione di acquisizione di Banca Tercas deriva un tipico rischio di business connesso al piano di rilancio commerciale di banche reduci da commissariamento, cui si aggiunge il rischio di una temporanea riduzione dei coefficienti patrimoniali di gruppo sotto il livello minimo regolamentare… Nonché effetti peggiorativi di taluni indicatori gestionali, in particolare in relazione all’incidenza dei crediti deteriorati (incagli e sofferenze) ».
Non esattamente quello che Vincenzo De Bustis aveva raccontato al suo Cda. Non esattamente quello che i vertici sapevano.
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