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Barclays e JP Morgan, tornano gli scandali

«Disonestà elevata a sistema». Le parole che Martin Taylor, ex ceo di Barclays bank, ha piantato in gola al suo – indiretto – successore, Bob Diamond, vanno completate con «incompetenza e follia». È questo il quadro che emerge dalla lettura incrociata delle cronache bancarie al di qua e al di là dell’Atlantico: disonestà, incompetenza, follia. Come spiegare diversamente lo scandalo sul maquillage imposto da Barclays al Libor per «tutelare» la reputazione della banca e per limitare i danni o moltiplicare gli utili dei traders? Come leggere in altro modo i dati che escono da JPMorgan, dove il buco aperto dal trader francese che operava sui derivati a Londra si moltiplica ogni giorno che passa? Doveva essere un paio di miliardi di dollari e potrebbe salire a 9: una manovra di media pesantezza di un Paese di medie dimensioni. Accesi come un cerino. «La storia di comportamenti irresponsabili evidentemente non è finita», ha denunciato con insolita fermezza il Cancelliere dello Scacchiere britannico George Osborne ai Comuni. Si riferiva al caso Barclays, ma il buco JPMorgan si adatta perfettamente alla rampogna.
Ritorno al futuro della finanza creativa, una volta ancora, dopo il credit crunch e nel mezzo dell’eurocrisi. E ancora una volta per comportamenti che governi e regolatori non riescono… a governare e regolare. Ma che i mercati stigmatizzano, Barclays è sprofondata dal 15%. Il premier David Cameron ha annunciato ieri che tutto ciò finirà, il Cancelliere ha lasciato intendere che una revisione legislativa farà di dinamiche come quelle sul Libor comportamenti di rilevanza penale, mentre l’opposizione laburista invocava, subito e ora, passi giudiziari. Tintinnio di manette, dunque. Ma per chi? Il paradosso del caso Libor è che non c’è un colpevole. La banca pagherà 450 milioni di dollari di penali per comportamenti che non hanno un padre. Eccetto Bob Diamond, in quanto ceo dell’istituto. Rinuncerà al bonus per il 2012, quello stesso bonus che gli azionisti avrebbero voluto negargli prima che il danno per la banca fosse quantificato. In altre parole, il suo è un gesto atteso, più che un’imprevista concessione. Accertamenti dovranno chiarire le singole colpe a Barclays ma anche altrove, da Hsbc a Rbs sospettate di aver agito in modo simile. «Il caso – ha commentato David Cameron – suscita domande serie. Chi era il vero responsabile? Chi si è assunto la responsabilità? Come pagherà per quanto è accaduto?». La pressione cresce e i balbettii di Barclays sull’identità dei responsabili non aiutano. In attesa che il caso si ampli ad altri istituti in vari Paesi, restano da sfogliare le comunicazioni fra i traders e il personale che fissa i tassi interbancari per l’istituto. Una cordialità che sfiora l’irresponsabilità, con scambi di battute urlati nelle trading rooms, fra favori che rotolano da un desk a un altro per coprire esposizioni finanziarie enormi. Il Libor detta scambi per cifre astronomiche, migliaia di miliardi di dollari. Il tasso interbancario è fissato facendo la media dei rates che le maggiori banche indicano per sé stesse al fine di ottenere finanziamenti. La manipolazione del tasso serviva a Barclays per due motivi: da un lato dava ai mercati la percezione di godere di ampia fiducia, fugando dubbi sulla propria solidità; dall’altro aiutava i traders a pilotare i contratti derivati verso il maggior profitto. E per ringraziarsi dei reciproci favori si regalavano bottiglie di champagne pagate, probabilmente, con bonus legati alla performance dei singoli desk.

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