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Barclays al terzo round di tagli

La procedura di ristrutturazione del gruppo Barclays che si apre oggi a Milano, sarà accolta da un presidio dei lavoratori, nella sede principale della banca inglese. È la terza procedura che il gruppo apre in Italia, dopo quelle del 2011 e del 2013 che hanno portato all’uscita volontaria e incentivata di poco meno di 300 persone. Questa volta gli esuberi annunciati sono 170, con un’età media bassa e quindi senza i requisiti per poter avere un’uscita soft. La preoccupazione del sindacato, però, riguarda anche altre 120 posizioni in aree che l’azienda ha annunciato non essere più strategiche e che nei prossimi anni potrebbero essere eliminate. Certamente non prima del 2017 lasciano intendere fonti aziendali. Sommando si arriverebbe a quasi 300 nuovi esuberi in un gruppo che è passato da 1.500 bancari prima del 2011 ai circa mille attuali. La preoccupazione dei sindacati però va oltre e riguarda anche i 580 lavoratori che entro giugno 2016 saranno ceduti insieme alla rete degli sportelli a CheBanca! del gruppo Mediobanca. Per i 580 i sindacati chiedono garanzie occupazionali e tutele contrattuali. Tecnicamente si tratta di un trasferimento di ramo d’azienda che dovrebbe avvenire a parità di contratto e di condizioni. Certamente non possono essere escluse per il futuro delle economie.
Secondo quanto spiega una nota sindacale ad essere coinvolti nella procedura che si avvia oggi saranno i lavoratori che resteranno in Barclays temporaneamente fino al 2017 per svolgere in prevalenza l’attività di recupero crediti. Gli esuberi che sono stati annunciati però non potranno essere gestiti attraverso i tradizionali ammortizzatori sociali di categoria, come il Fondo di Solidarietà, perché i lavoratori interessati non hanno i requisiti anagrafici per potervi accedere: l’età media è infatti circa 40 anni. Data la situazione molto penalizzante per chi dovrà uscire, i sindacati chiedono innanzitutto che vengano ridotti gli esuberi e che per i lavoratori del gruppo che restano ci siano tutele certe, anche dal punto di vista contrattuale. Franco Morandi, dirigente territoriale Fabi di Milano, con delega al Gruppo Barclays, spiega che non verranno accettate «uscite obbligatorie». «Siamo pronti a dare battaglia in Abi affinché vengano scongiurate eventuali deroghe al contratto nazionale dei lavoratori – continua il sindacalista -. Riteniamo estremamente miope la politica aziendale di Barclays, che ancora una volta sceglie di restringere il suo perimetro di business, nonostante la stessa Bce abbia proprio ieri certificato che l’Italia è uno dei Paesi dove si è registrato il più marcato miglioramento delle condizioni dei prestiti alle imprese e un aumento della domanda di credito. Ancora una volta la scarsa lungimiranza della classe manageriale danneggia clientela e lavoratori. Non resteremo a guardare ma ci opporremo a questa politica in tutte le sedi opportune». La volontà della banca inglese, ferma restando la necessità di raggiungere i numeri indicati nella procedura, è di perseguire una strada di esodo volontario basata su diversi strumenti che verranno definiti nel corso della consultazione con il sindacato che durerà 50 giorni. Verosimilmente si potrebbero ipotizzare il riconoscimento di incentivi o percorsi di outplacement già utilizzati in circostanze simili.

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