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Barclays e 4 ex top manager sotto accusa per l’aumento 2008

L’appuntamento è per il 3 luglio davanti ai giudici di Westminster, primo atto di un processo che potrebbe finire con la condanna fino a 10 anni di reclusione per quattro top banker di Barclays, fra cui John Varley ex ceo dell’istituto britannico. È la conseguenza diretta dell’incriminazione ordinata dal Serious fraud office, da anni impegnato in un’inchiesta su una frode che ci riporta ai giorni più cupi della crisi Lehman. Nel giugno e nell’ottobre del 2008, prima e subito dopo il crack dell’istituto americano, quando la scena del banking mondiale era scossa da una crisi di cui ancora avvertiamo le conseguenze Barclays fece due operazioni d’emergenza sul capitale, raccogliendo 12 miliardi di sterline dai Paesi del Golfo.
L’inchiesta riguarda in particolare 6,1 miliardi di pound, riconducibili a Qatar Holding e al fondo Challenger, veicolo riconducibile alla famiglia dello sceicco al Thani. Altri fondi erano invece provenienti da investitori vicini alla famiglia reale dello sceicco al Mansour di Abu Dhabi.
Si trattò di un deal non affatto ordinario, sia per le dimensioni, sia per il calendario tanto ravvicinato delle due operazioni, sia per il contesto del banking britannico in quella stagione di crisi mondiale. In quei giorni, per intenderci, Rbs e Lloyds erano nazionalizzate e Barclays avrebbe fatto la stessa fine se non ci fosse stato l’ossigeno del Qatar. Secondo gli investigatori tuttavia non fu una transazione regolare per almeno due ragioni. In primo luogo furono pagate da Barclays al Qatar parcelle per consulenze che non sarebbero mai state effettuate. Trecentoventidue milioni di advisory fee per oliare l’operazione? Il sospetto è quello. In secondo luogo – ed questa l’accusa più importante – la banca guidata da John Varley fece un prestito da 3 miliardi di dollari agli investitori qatarini, un particolare che – come altri – non era stato rivelato alle autorità di vigilanza. Per il Serious fraud office il sospetto è che Barclays abbia acceso la linea di credito per finanziare la sua stessa operazione sul capitale. Un dubbio che Amanda Stevely, advisor dello sciecco al Mansour di Abu Dhabi, ha trasformato in causa civile, domandando un miliardo di dollari di danni.
Barclays scampò, davvero, dal collasso finanziario salvando sé stessa con una triangolazione di capitali propri ? Lo dovranno decidere i giudici che hanno chiamato alla sbarra oltre a John Varley, Roger Jenkins l’uomo della banca in medio oriente e grande artefice del deal, Tom Kalaris ex eo della divisione wealth management e Richard Boath alla testa della divisione corporate finance. Dagli imputati e dalla banca si levano no comment oltre all’annuncio di una «difesa vigorosa» promessa da Roger Jenikins. Nessun rappresentante del Qatar è stato incriminato e, anzi, nel Golfo non hanno proprio nulla da dire su quanto sarebbe accaduto. Doha è ancora il maggior azionista di Barclays con una quota vicina al 6% e in questi anni ha visto moltiplicare il valore del suo investimento.

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