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Bankitalia suona il campanello d’allarme sulle crisi d’impresa

L’impatto della crisi generata dalla pandemia ha colpito di più duramente nelle regioni del Nord, dove sono partiti i primi contagi, e ha aumentato le disparità di reddito tra le famiglie del Mezzogiorno. È questo il messaggio chiave che esce dal Rapporto sull’economia delle regioni pubblicato ieri da Bankitalia, una ricca analisi dei tessuti produttivi delle quattro macro-aree del Paese e i più recenti sviluppi congiunturali. Secondo l’indicatore trimestrale dell’economia regionale (ITER) nei primi sei mesi dell’anno il calo delle attività è stato superiore al 10% e a contenere effetti peggiori hanno contribuito le diverse misure di sostegno messe in campo dal governo, comprese le garanzie e le moratorie sui crediti.

In una situazione di costante incertezza sulla diffusione dei contagi gli analisti di Bankitalia si sono ben guardati da presentare stime puntuali sulle prospettive, tuttavia in una analisi di scenario è stato indicato il rischio che a seguito della pandemia possa aumentare la quota di aziende in condizioni di insufficiente patrimonializzazione (12,4% a livello nazionale rispetto al 7,2% del 2018). Un rischio che è più elevato per le aziende del Centro Italia, dove sono più presenti settori colpiti come alloggio e ristorazione (13,9% rispetto all’8% del 2018) rispetto a quelle del Nord Est (11% contro il 6,2%). Sono numeri da leggere con tutte le cautela del caso, ha spiegato Fabrizio Balassone, capo del Servizio Struttura economica di Via Nazionale: «Il numero serve a evidenziare che c’è una tendenza all’aumento che è tuttavia contenuto dalle misure prese dal governo» ha spiegato. Senza interventi governativi il tasso di sottocapitalizzazione sarebbe arrivato al 14% a fine anno, e nelle analisi si ricorda che patrimoni netti inferiori ai limiti di legge in passato hanno sempre portato a crisi d’impresa. Tra le società di capitali attive nel periodo 2011-15, infatti, circa il 60% di quelle entrate in stato di crisi in un dato anno risultava non più operativo a tre anni di distanza.

L’emergenza sanitaria ha inciso profondamente anche sulla demografia di impresa. Dopo la sostanziale stabilità osservata nel corso del 2019, nei primi sei mesi dell’anno il tasso di natalità netto ha subito un’ingente contrazione in tutte le macroaree del Paese, rispecchiando il forte calo della creazione di nuove imprese. «Difficile dire in questa fase se la crisi lascerà effetti permanenti sulle economie regionali – ha detto Balassone – ma certamente è un segnale preoccupate il calo della natalità di nuove imprese, soprattutto nei settori più innovativi». I dati provvisori dell’Istat sul Pil del terzo trimestre «dimostrano la capacità di reazione dell’economia» ha poi aggiunto Balassone, che ha poi segnalato il mercato del lavoro come l’altro fronte di attenzione per comprendere gli eventuali effetti permanenti della crisi: «Il rischio è che la nuova disoccupazione si stabilizzi nel lungo periodo – ha affermato – innescando i tipici fenomeni di isteresi che frenano il ritorno a livelli di occupazione pre-crisi». Tra gennaio e settembre il saldo tra contratti attivati e cessati è stato molto al di sotto rispetto alla dinamica del 2019. Nelle regioni in cui hanno maggiore peso il settore turistico e quello dei servizi alla persona il calo è stato più forte ma questi settori sono anche stati gli unici a mostrare segnali di ripresa nella prima parte dell’estate.

Per quel che riguarda il credito, nella prima metà dell’anno la domanda di finanziamenti da parte delle imprese è aumentata soprattutto nel Centro. La distensione dei criteri nell’offerta è stata più marcata nel Nord Est e nel Mezzogiorno – si legge nel Rapporto – e si è realizzata principalmente attraverso la riduzione degli spread applicati e dei costi accessori; vi ha contribuito inoltre l’aumento delle quantità offerte. Al momento il tasso di deterioramento dei prestiti è rimasto su valori contenuti sia per le imprese che per le famiglie. In entrambi i casi – si rileva nelle analisi – l’indicatore continua a essere superiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord. Anche su questo fronte hanno fatto molto le misure governative: nei primi nove mesi dell’anno alle imprese sono affluiti 50 miliardi aggiuntivi, mentre nel 2019 si era registrato un calo di 10 miliardi. E le banche, dal canto loro, sembrano aver seguito le indicazioni delle autorità di vigilanza sull’utilizzo della flessibilità prevista dalle regole contabili e prudenziali sulla classificazione dei finanziamenti.

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