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Bankitalia: sul fondo tutela stop Ue

L’intervento di risoluzione nei confronti delle quattro banche in crisi(Banca Marche, Etruria, Carichieti e Cassa Ferrara) «è stata la soluzione meno cruenta».
Lo ha spiegato ieri, di fronte alla commissione Finanze della Camera, il capo della Vigilanza di Bankitalia. Carmelo Barbagallo ha chiarito che, pur nella consapevolezza che le risorse perdute dai detentori di obbligazioni subordinate sono rilevanti «con i provvedimenti di risoluzione è stata assicurata la continuità operativa delle banche in crisi, sono stati tutelati i risparmi raccolti in forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie, è stata preservata l’occupazione, non sono state impiegate risorse pubbliche». Non basta: si è evitato il bail in dei creditori, obbligatorio dal primo gennaio 2016 e la prospettiva di una liquidazione “atomistica” per i quattro istituti di credito. Due cose che avrebbero coinvolto anche i circa 12 miliardi di massa “non protetta” delle 4 banche, compresi i 2,4 miliardi di obbligazioni non subordinate; inoltre, la continuità delle funzioni essenziali delle banche non sarebbe stata assicurata e a circa 200mila piccole imprese affidate si sarebbe dovuto chiedere il rientro immediato, sacrificando inoltre i crediti di un milione di risparmiatori e il posto di quasi seimila lavoratori.
Intanto, comunque, il governo sta lavorando a un intervento per dare ristoro ai più sfortunati fra i detentori di obbligazioni subordinate delle quattro banche, che prenderà la forma di un emendamento alla legge di stabilità da presentare entro sabato. La logica dell’eventuale fondo è quella di un intervento di welfare, per chi è stato ridotto in condizioni di indigenza dalla sua perdita patrimoniale, e non dovrà in nessun caso confliggere con la normativa europea ormai in vigore. Il governo sta ancora valutando se agganciare le condizioni di eleggibilità all’Isee o alla tipologia delle obbligazioni subordinate sottoscritte.
Nella sua audizione, Barbagallo ha anche chiarito che prima di arrivare alla scelta del 22 novembre scorso era «emersa la disponibilità del Fondo Interbancario di tutela dei depositi a farsi carico» del salvataggio delle 4 banche in crisi «assorbendo i rischi relativi ai crediti deteriorati».
L’intervento del Fitd avrebbe consentito, insieme alle risorse apportate da altre banche, ha spiegato il dirigente di via Nazionale, di porre i presupposti per il superamento delle crisi senza alcun sacrificio per i creditori delle quattro banche. Ma imboccare questa strada non è stato possibile «per la preclusione manifestata da uffici della Commissione Europea, da noi non condivisa, che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi del Fondo di tutela dei depositi». Come ha detto nel corso di una precedente audizione anche il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, in pratica la Commissione non ha formalizzato il suo no ma ha messo l’Italia in una posizione di “stand still” lasciando intendere che sarebbe stata aperta una procedura d’infrazione, se si fosse scelta quella strada, perché il fondo di tutela dei depositi, per via della partecipazione di esponenti di Bankitalia e per l’ampiezza dei suoi contributi non viene da Bruxelles considerato un ente di natura privata. Da un punto di vista formale, sulla carta, invece, secondo quanto riportato ieri sera dall’Ansa (che ha preso visione di un documento stilato a Bruxelles) per l’Ue c’erano tre possibili strade per salvare le 4 banche italiane: una con fondi privati, una usando il Fondo di tutela dei depositi, che comunque avrebbe fatto scattare la risoluzione e le perdite per gli obbligazionisti subordinati, la terza (poi percorsa) usando il fondo salva-banche. Ieri il portavoce della Commissione, inoltre, ha tenuto a ricordare che, com’è ovvio, la decisione finale è stata del governo italiano. Questo certo non poteva permettere che nelle more delle non scelte europee, s’interrompesse la continuità dell’esercizio del credito bancario. Data l’impossibilità pratica di ricorrere al nostro usuale meccanismo di salvataggio, ha peraltro spiegato ieri Barbagallo «a fronte del rapido degenerare delle situazioni aziendali l’unità di risoluzione della Banca d’Italia ha attivato, in tempi assai contenuti, i poteri introdotti dal nuovo quadro normativo europeo in materia di gestione delle crisi». Barbagallo ha comunque messo in evidenza nel suo intervento che dalla fine del 2008 a oggi il sistema creditizio italiano si è molto rafforzato e che questo irrobustimento patrimoniale è stato realizzato senza pesare sulle finanze pubbliche. Cosi non è accaduto in altri paesi: alla fine del 2014 gli aiuti di Stato concessi alle banche ammontavano a 238 miliardi in Germania (8,2% del Pil), 52 miliardi in Spagna (5%), 42 miliardi in Irlanda (22,6%), 40 miliardi in Grecia (22,2%), 36 miliardi nei Paesi Bassi (5,5%), 28 in Austria (8,4%), 19 miliardi in Portogallo (11,0%) e 19 anche in Belgio (4,6%). Nella sua audizione, il dg dell’Abi ha peraltro rimarcato che per il sistema creditizio italiano il finanziamento del fondo di risoluzione ha comportato un onere molto pesante, di 2,35 miliardi pari a più della metà dell’ammontare degli utili stimati per il sistema bancario quest’anno.

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