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Bankitalia: stime a rischio

In una situazione economica che presenta, anche dal punto di vista delle stime, ampi margini di aleatorietà e di incertezza, la strada maestra per rafforzare la fiducia degli investitori «e indirizzare stabilmente in senso favorevole le aspettative di famiglie e imprese» è ridurre la spesa pubblica e il peso della tassazione, attuare una significativa ricomposizione del bilancio pubblico, riducendo gli sprechi e privilegiando le spese hanno un impatto maggiore sul potenziale di crescita dell’economia (le infrastrutture). Quanto alla minor spesa per interessi che sarà possibile realizzare grazie al calo dello spread, di certo è una boccata d’ossigeno per i conti pubblici. Ma attenzione. Il governo – osserva il vicedirettore della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini nel corso dell’audizione alla Camera sul «Def» – prevede che la crescita tragga «sostegno da un profilo dei tassi di interesse sui titoli di stato coerente con una riduzione a 100 punti base a partire dal 2016 dei differenziali di rendimento sulla scadenza decennale rispetto alla Germania». Al momento tuttavia, questa stima non trova riscontro nelle «aspettative implicite» di mercato, secondo le quali il differenziale risalirebbe lievemente nel 2015, intorno a 170 punti base, per poi stabilizzarsi nell’anno successivo.
Signorini avverte che lo slittamento al 2017 del pareggio di bilancio in termini strutturali, previsto dal governo, «è tutt’altro che scontato». La decisione scaturirà dall’«interpretazione delle regole», soprattutto da parte della Commissione europea chiamata a dire la sua, tra qualche settimana, sulla legge di stabilità che il governo si appresta a varare. L’invito che giunge da Via Nazionale è a non fare passi indietro nei progressi fin qui raggiunti nell’aggiustamento dei conti pubblici. È il biglietto da visita per Bruxelles e i mercati. I margini di flessibilità rivendicati dal governo devono in poche parole trovare applicazione all’interno dell’attuale disciplina di bilancio europea. Prudenza di Via Nazionale anche per quel che riguarda il possibile impatto sul Pil delle riforme. Nel Def si quantifica in 3,5 punti entro il 2020 l’effetto in particolare della riforma della Pa, del mercato del lavoro, della giustizia e delle misure a sostegno della competitività. Per Signorini «le previsioni macroeconomiche incluse nella Nota, pur se nel complesso condivisibili, presentano rilevanti rischi al ribasso».
Il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, intervenuto subito dopo alle commissioni Bilancio di Camera e Senato aggiorna le previsioni sul Pil: dopo un calo dello 0,1% nel terzo trimestre dell’anno, dovrebbe avere una «debole variazione positiva (+0,1%) nel quarto trimestre. Per effetto di tale dinamica, per il 2014 si prevede una flessione annuale del Pil dello 0,3% rispetto al 2013». Questo «andamento fornirebbe un analogo impulso negativo al 2015 per effetto del trascinamento».
Quanto alla stabilizzazione del bonus Irpef da 80 euro porterebbe a una lieve riduzione della diseguaglianza economica: circa 97mila famiglie povere in meno rispetto allo scenario base nel 2015.
Il Def – aggiunge il presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri – prefigura un cambiamento «nell’impostazione della politica economica», ma restando per ora alla dimensione dei saldi, «il peggioramento programmato non appare tale da imprimere, di per sé, un impulso risolutivo per il riavvio della crescita». Occorre proseguire senza incertezze nel cammino delle riforme. Infine per Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, nel 2015 sussistono «le condizioni eccezionali tali da giustificare l’ammissibilità dell’allontamento temporaneo dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine». Occorre tuttavia garantire che l’ampiezza di tale deviazione sia tale da non mettere a rischio la sostenibilità di medio periodo della finanza pubblica.

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