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Bankitalia rilancia, più deleghe di voto alla Pop Milano

 


La Banca d’Italia insiste: la Bpm deve aumentare le deleghe di voto per ciascun socio. Non basta l’aumento da due a tre approvato in assemblea. Via Nazionale non precisa il numero ottimale ma ieri con una nuova lettera al consiglio della Popolare inoltra una nuova sollecitazione. Anche perché il board della Popolare di Milano che si è riunito il 19 aprile aveva deciso, oltre all’aumento di capitale fino a 1,2 miliardi, aveva deciso di integrare il piano industriale con alcune proposte fra le quali portare le deleghe da due a cinque. Decisione che avrebbe portato la Bpm a condividere con il Creval il livello record fra le Popolari. Bankitalia insiste probabilmente perché, nonostante sia in previsione l’aumento delle deleghe effettivamente a quota cinque in occasione della prossima assemblea straordinaria sull’aumento di giugno, è noto ci siano resistenze interne al provvedimento. E ieri, nel consiglio straordinario di messa a punto che precede quello già prefissato del 12, i consiglieri hanno esaminato le nuove linee del piano industriale da introdurre in coerenza con le indicazioni di Bankitalia: le aree principali di intervento vanno dalla struttura del gruppo (di cui è prevista la «semplificazione» , quindi l’accorpamento in Bpm di Legnano, Mantova e Alessandra) al peso dell’immobiliare. Dopo le dimissione del direttore generale Fiorenzo Dalu, all’ordine del giorno del board del 12 maggio ci sono anche «provvedimenti sulla direzione» . In pole position per la successione a Dalu resta l’attuale condirettore generale Enzo Chiesa. Per Bpm, comunque, il calendario dei lavori si conferma serrato. Dopo la riunione del 12, che secondo le attese fisserà anche l’importo esatto dell’aumento di capitale, ne è già stata convocata un’altra per il 17 maggio, in cui i responsabili della struttura Bpm faranno una relazione al board sui rilievi di Bankitalia. © RIPRODUZIONE RISERVATA Unicredit bussa al governo per il porto di Trieste (fr. bas.) Forse oggi è la volta buona. È atteso un incontro tra governo e Unicredit per fare il punto della situazione in vista dell’accordo tra Stato e Regione Friuli Venezia Giulia per la realizzazione della piattaforma logistica di Trieste e Monfalcone. In sintesi, Unicredit vorrebbe delle garanzie prima di investire 750 milioni di euro. Perché la partita dei porti del Nord Adriatico è complessa, c’è Venezia che spinge con il suo terminal off-shore per restare leader e c’è sull’altra sponda Capodistria (dove è sempre interessata Unicredit) che vorrebbe fare scacco matto. La prima riunione a febbraio è saltata per un disaccordo nell’esecutivo, il ministro veneto Renato Brunetta si sarebbe messo di traverso per difendere Venezia, il pugliese Raffaele Fitto in nome dei porti del Sud. La Regione autonoma vuole il progetto ma non può fare tutto da sola, servono alcuni via libera anche dello Stato. E Unicredit vuole essere sicura che le varie infrastrutture — indispensabili per il rilancio — siano realizzate. Il Pd è sul piede di guerra: «Intanto il governo sblocchi i fondi per la piattaforma logistica a Trieste e il piano regolatore del porto di Monfalcone» chiede l’eurodeputata Debora Serracchiani. Il Cipe è chiamato in causa. Anche Venezia sta aspettando che gli sblocchi i fondi per il terminal off-shore. © RIPRODUZIONE RISERVATA Slitta la sentenza Cir-Fininvest (f. d. r.) Slitta la sentenza d’Appello sull’affaire Mondadori. I 60 giorni canonici sono scaduti e oggi, in teoria, i giudici avrebbero dovuto depositare la sentenza della causa tra Cir e Fininvest sull'affaire Mondadori. Il termine non è tassativo e la Corte ha deciso di prendersi tutto il tempo necessario. La sentenza potrebbe arrivare a fine maggio. Bisognerà quindi attendere ancora perché venga scritta la parola fine a una vicenda che sembrava conclusa nel 1991 e che invece due anni fa il giudice Raimondo Mesiano ha riaperto condannando la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro alla Cir per il danno subito all’epoca della spartizione dell’impero di Segrate. Danno che i periti del Tribunale avevano poi ridotto del 18%, ma che in ogni caso rappresenta una posta importante sia per Berlusconi sia per De Benedetti. Non solo dal punto di vista finanziario.

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