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Bankitalia, professionisti secondo socio E sono pronti a salire ancora

L’ultima, a ridosso dell’assemblea dei partecipanti di fine mese, è stata la Cassa dei periti industriali, che con un investimento di cento milioni ha rilevato l’1,33% del capitale. E così, anche in piena pandemia, il progetto per «cambiare il sangue» all’azionariato di Bankitalia è proseguito portando il sistema della previdenza privata di circa un milione e seicentomila professionisti a rappresentare complessivamente il secondo «socio» di via Nazionale, con quote pari a circa il 18,3 per cento. Erano a poco meno del 17% un anno fa. Al piano si era dedicato al suo ritorno da direttore generale, Daniele Franco, che nelle scorse settimane da ministro dell’Economia a fianco di Mario Draghi ha passato le consegne a Luigi Federico Signorini.

«Partecipando all’ulteriore allargamento della base azionaria dell’Istituto, abbiamo risposto, al fianco di fondi e altri investitori istituzionali, a una chiamata a sostegno delle più autorevoli istituzioni, che a loro volta stanno offrendo al Paese le migliori energie per l’uscita da una fase drammatica», commenta con soddisfazione Alberto Oliveti, «portavoce» degli enti previdenziali da presidente dell’associazione di categoria, l’Adepp.

L’investimento «sulla classe dirigente del Paese», spiega Oliveti, «è lungimirante e redditizio e ci consente al tempo stesso di rispettare la nostra mission previdenziale». Una risposta, nemmeno tanto indiretta, alle numerose sollecitazioni da più parti rivolte alla previdenza dei professionisti a farsi carico di maggiori investimenti «italiani» che hanno però il difetto di margini di rischio non consentiti a chi deve garantire la pensione agli iscritti.

Oliveti è presidente dell’Enpam (medici e odontoiatri), una delle quattro «grandi» del sistema — le altre sono l’Inarcassa di architetti e ingegneri, la Cassa forense degli avvocati e la Cdc dei dottori commercialisti — che hanno in portafoglio ciascuna il 3% dell’istituto guidato dal governatore Ignazio Visco, ossia la quota fruttifera di dividendi, pari anche quest’anno al 4,5% del capitale investito (su una previsione statutaria massima del 6%). Oltre il tetto del 3%, come prevede la legge di riforma del 2014, sono sterilizzati diritti di voto e cedole. Ed è questo il punto principale sul quale si concentra l’attenzione, anche nel confronto tra la Banca e i diversi soggetti interessati a crescere. Oliveti sottolinea come sia «nell’auspicio delle casse l’esplorazione di un percorso legislativo teso a consentire un innalzamento del tetto della quota fruttifera», tra mezzo punto e un punto.

«Se praticabile, alcune casse sarebbero senz’altro disposte a salire nel capitale di un’istituzione peraltro sensibile alle terribili criticità emerse con la pandemia nel sistema dei professionisti italiani». (Oliveti fa un riferimento a un bel progetto in corso di attuazione, del quale non intende ancora parlare, che però realizza tante parole di solidarietà ascoltate in questi mesi di Covid).

Tornando all’azionariato Bankitalia, lo spazio per ulteriori aggiustamenti esiste: il valore delle quote eccedenti il 3%, come spiega via Nazionale nell’aggiornamento del 19 febbraio scorso, ammonta a circa 1,5 miliardi, il 19,8% del totale. Sopra il tetto restano Intesa Sanpaolo, Unicredit e Carige (che si è alleggerita di recente scendendo al 3,14 per cento). L’aggiustamento più rilevante, tra i grandi soci, è di Generali, scesa al 3 cento. Al momento gli «azionisti» di Visco sono 172, trenta in più del precedente esercizio, di cui 11 fondazioni. In totale negli ultimi dodici mesi si è «mosso» il 7,8% del capitale, quasi 600 milioni di euro.

La fotografia finale indica un calo della presenza bancaria (101 istituti hanno il 57,6% contro il 59,3% di un anno fa), mentre tra i non bancari (un aggregato cresciuto dell’1,7%) , gli enti di previdenza sono al 25% (oltre le casse sono comprese le quote, del 3% ciascuno, di Inps e Inail), le fondazioni al 7,7%, le assicurazioni al 6% e i fondi pensione al 3,7 per cento del capitale.

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