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Bankitalia: Popolari deboli, basta gestioni clientelari

La Banca d’Italia non ha dubbi: il Parlamento dovrebbe approvare la riforma delle Popolari non perché così vogliono i mercati internazionali ma perché «lo suggerisce il buon senso», visto che l’economia italiana «ha bisogno e ne avrà ancora di più nella ripresa che sta iniziando, di banche efficienti, competitive e patrimonialmente solide». Nel giorno in cui si è aggiunta un’altra indagine sul settore — quella su Veneto Banca — il direttore generale di Palazzo Koch, Salvatore Rossi, ha spiegato in Parlamento che le Popolari, soprattutto le maggiori, devono cambiare struttura di governo e diventare più trasparenti nella gestione, senza derive clientelari. Oltre che più forti. La solidità patrimoniale innanzitutto. Dopo la crisi, le banche devono avere più capitale per evitare ricadute e in questa ottica «la forma giuridica cooperativa è uno svantaggio competitivo», «è un handicap che va rimosso al più presto». Anche perché le Popolari più grandi — quelle che dovranno trasformarsi in società per azioni entro un anno e mezzo — sono nella media meno capitalizzate delle altre e tranne una, «sono riuscite a passare il test della Bce solo grazie alle misure di rafforzamento patrimoniale faticosamente prese nel 2013 e nel 2014 dietro insistenza della Banca d’Italia». E ancora, nelle dieci maggiori Popolari a fine giugno i crediti deteriorati erano il 18,7% del totale dei prestiti, due punti in più della media del sistema e il tasso di copertura con accantonamenti era pari al 32%, dieci punti in meno della media. 
Il «primo e principale» effetto atteso della riforma è dunque, ha detto Rossi, mettere in condizione le aziende di credito di aumentare il loro capitale «con la rapidità che possono essere richieste dalle circostanze, rivolgendosi a una platea più ampia di risparmiatori».
La gestione aziendale e la trasparenza, quindi. I caratteri che tipicamente si accompagnano alla forma societaria cooperativa, secondo Rossi, «possono ostacolare un vaglio corretto ed efficiente della banca, introducendo elementi di opacità nelle relazioni tra soci e amministratori, causando a volte ingerenze nelle scelte gestionali da parte di minoranze organizzate». Nelle banche «di ogni forma giuridica, Popolari e non, spesso le difficoltà sono state acuite, anche in misura drammatica, dall’egemonia prolungata e incontrollata di una singola figura o di un gruppo di potere espressione di una minoranza. Nelle grandi Popolari il rischio di una deriva di questo tipo è accentuato proprio dalla forma societaria».
Nel 2014 alle assemblee delle Popolari maggiori, ha osservato il numero due della Banca d’Italia, «ha partecipato in media poco più di un socio su dieci: si tratta comunque di svariate migliaia di persone, mobilitarle implica per gli amministratori la necessità di impegnarsi in una vera e propria campagna elettorale con ovvi rischi di clientelismo». Quanto ai rischi per l’occupazione «discenderebbero dal mantenere le banche fragili non da un assetto societario che può anzi facilitare la ricerca di efficienza e di economie di scala».

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