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Bankitalia: le imprese rischiano l’insolvenza meno della crisi del 2012

La crisi del Covid impatta in maniera significativa sulle imprese italiane ma il peggioramento osservato sulle probabilità di insolvenza, almeno finora, è meno grave di quello vissuto dopo la crisi del debito sovrano. Il segnale tutto sommato rassicurante — ma tra molte incertezze — arriva da Bankitalia che ha stimato la probabilità di default per le aziende nei prossimi 12 mesi. La quota passerebbe dal 2,4% medio pre-crisi al 3-4,4%, a seconda degli scenari, cioè della possibilità di accesso o meno ai prestiti coperti da garanzie pubbliche. Ma è più bassa del livello di 5,4% toccato nel 2015, culmine della crisi da debito pubblico. Tra i settori più colpiti, ristorazione e alloggio (+2,5 punti percentuali a 5,5%) e le attività artistiche (1 punto percentuale in più al 4,4%). In ogni caso si tratta di osservazioni preliminari, dato che il Pil è atteso in calo vicino a 9,5% mentre allora fu più limitato. Per l’analisi Bankitalia ha usato i dati di un rating interno, «Icas», (In-House Credit Assessment System), che stima le probabilità di insolvenza, creato dalla Banca d’Italia nel 2013 per consentire alle banche di portare in Bce i prestiti erogati come garanzia per avere nuova liquidità. È uno strumento per la politica monetaria cui fanno ricorso gli istituti, soprattutto medio-piccoli che non hanno varato modelli interni, che si è rivelato valido anche per le analisi macroeconomiche. Icas è analizzato in un rapporto, uscito ieri, da un gruppo di economisti di Bankitalia: Aviram Levy, Alessandra Iannamorelli, Marco Orlandi, Filippo Giovannelli. Con Icas 40 banche (il numero è in crescita) hanno potuto ottenere a giugno 16 miliardi di liquidità (da 9 a fine 2019), in un circolo virtuoso per cui più prestano e più liquidità possono ottenere. Secondo gli autori ci sono margini per far crescere di 3-4 volte quel numero, a vantaggio delle pmi.

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