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Bankitalia: ecco i costi del caro-spread

Ieri è bastato un fremito di pessimismo circolato sui mercati per determinare un allargamento di 24 punti base nel differenziale fra Btp e bund decennali, giunto di nuovo a quota 381 punti, con il rendimento del decennale italiano in aumento al 5,27% e il corrispondente titolo tedesco in discesa all’1,46%.
Di certo, i motivi quotidiani d’inquietudine non mancavano. La dichiarazione congiunta di Germania, Olanda e Finlandia sull’inopportunità di trasferire all’Esm gli impegni già presi dai Governi a sostegno dei sistemi bancari domestici, i timori di un possibile referendum sulla secessione della Catalogna, i disordini verificatisi in Grecia durante le manifestazioni contro le misure di austerity: sono altrettanti grani del rosario di paure per l’instabilità finanziaria con le quali si convive nell’epoca della crisi da debito sovrano e delle quali certamente non si sentirebbe l’esigenza.
Ora,quali siano i riflessi diretti di questi sobbalzi sul costo del debito pubblico è intuitivo. Ma quello che si nota di meno e che però è davvero difficile da metabolizzare (non a caso una pubblicità diceva: non so cosa sia lo spread, ma so che mi ha rovinato la vita) sono gli inevitabili effetti sull’accesso al credito per imprese e famiglie, con conseguente aggravamento, se mai ce ne fosse stato bisogno, delle prospettive della congiuntura reale.
Già, perchè la crisi del debito sovrano ha avuto un effetto preciso sull’intensità della stretta al credito e sull’aumento dei costi di finanziamento. Se qualcuno nutrisse ancora dubbi, può consultare uno degli occasional papers pubblicato dalla Banca d’Italia e realizzato da quattro economisti del servizio studi (Ugo Albertazzi, Tiziano Ropele, Gabriele Sene e Federico Signoretti).
Secondo il gruppo di esperti di via Nazionale, ogni incremento di 100 punti base nello spread tra titoli di Stato italiani e titoli tedeschi si è tradotto, con un ritardo di un trimestre, in un rincaro di 50 punti base sui tassi alle imprese e in un aumento di 30 punti sui mutui casa alle famiglie.
La turbolenza legata alla crisi del debito sovrano dalla metà del 2010 ha accentuato la trasmissione dell’aumento dello spread ai tassi bancari si legge, infatti, nel paper «L’impatto della crisi del debito sovrano sull’attività delle banche italiane» pubblicato nella collana della ricerca economica della Banca d’Italia.
Altro effetto dall’aumento dello spread è stato, come si sa, l’aumento del costo della raccolta all’ingrosso delle banche ma anche di alcuni strumenti al dettaglio come le obbligazioni bancarie.
Gli economisti di via Nazionale hanno realizzato un esercizio controfattuale, misurando cosa sarebbe successo senza la fiammata dello spread Btp Bund di fine 2011, quando il termometro della febbre arrivò a toccare i 575 punti. A parità di tutte le altre condizioni, se lo spread fosse rimasto al livello del primo quadrimestre del 2010, i tassi in Italia sarebbero stati più bassi di almeno 170 punti per i prestiti alle imprese e di 130 punti base per i mutui alle famiglie e la crescita dei prestiti a imprese e famiglie sarebbe stata di 2 punti percentuali più elevata di quanto non sia effettivamente avvenuto.
Infatti, gli esperti stimano che un punto percentuale di incremento dello spread è direttamente associabile con una riduzione dello 0,7 per cento nel tasso di crescita annuale dei prestiti alle imprese, (oltre all’effetto di riduzione esercitato via aumento dei tassi e conseguente contrazione della domanda di credito).
Infine, l’esercizio econometrico realizzato mostra anche che le tensioni sul mercato del credito sovrano hanno sinora avuto un impatto negativo sulla profittabilità delle banche italiane, più consistente per gli intermediari più grandi.

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