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Bankitalia commissaria l’Etruria La decisione di via XX Settembre La lente sui crediti, arrivano i commissari

La banca dei miracoli borsistici è stata commissariata dal ministro dell’Economia su proposta della Banca d’Italia. La Popolare Etruria, scheggia impazzita nel gran rialzo delle Popolari a cavallo della riforma varata dal governo, continua regolarmente la sua attività ma il consiglio di amministrazione è azzerato e la gestione è affidata a due commissari: Riccardo Sora e Antonio Pironti. Non è uno dei «tanti» commissariamenti per almeno due ragioni, una tecnica e una «politica». È una società quotata in Borsa e dunque la decisione tocca anche, indirettamente, una serie di puri investitori, italiani ed esteri. E poi si potrebbe dire che il ministro Pier Carlo Padoan commissariando l’Etruria ha «commissariato» il papà del ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, e cioè Pier Luigi Boschi vicepresidente dell’istituto di Arezzo. E proprio il ministro Boschi su Twitter ha immediatamente commentato: «Smetteranno di dire che ci sono privilegi?» e «Dura lex, sed lex». 
La decisione sostanziale, tuttavia, è di Bankitalia che da tempo tiene sotto osservazione l’Etruria, 1.800 dipendenti, 186 sportelli (che continueranno a funzionare) e una percentuale del 22,9% (dati R&S Mediobanca 2013) di crediti dubbi sul totale dei crediti alla clientela, il doppio di quasi tutte le altre grandi Popolari.
La Vigilanza più volte negli ultimi anni è andata in pressing sui vertici della banca. Squilibri tecnici, rischi di credito, carenze di organizzazione e di governo societario. A un certo punto un terzo del portafoglio crediti era in default. Quando un consiglio di amministrazione riceve verbali ispettivi di quel tenore e ha il fiato sul collo degli ispettori, di solito oltre alle sanzioni (effettivamente comminate nell’ottobre scorso per un totale di 2,5 milioni), scatta la classica pulizia. In questo caso è stata fatta troppo superficialmente e la situazione è degenerata. In più già da fine 2013 l’ordine da Via Nazionale era: «Sposatevi con qualcuno dalle spalle larghe». Ci avevano provato con la Popolare Vicenza di Gianni Zonin in estate, senza risultato. Si sarebbero messi insieme anche due protagonisti dei grandi distretti italiani della lavorazione dell’oro, Arezzo e Vicenza. C’è chi dice che proprio questo sia il motivo della rottura. Fatto sta che nel gruppo Etruria è «nascosto» un gigante nel trading di oro e metalli preziosi: Oro Italia Trading, che fattura quasi 500 milioni.
Fallito il matrimonio con Vicenza, ad Arezzo hanno tirato a campare ma in un quadro di ulteriore deterioramento patrimoniale. E i conti al 30 settembre sono uno choc: 126 milioni di perdita. L’annuncio già ad agosto della trasformazione in società per azioni sembra anch’esso un modo per traccheggiare. È un’inerzia gestionale che ha una conseguenza diretta: la Vigilanza a novembre torna in forze ad Arezzo per un’ispezione generale. Il 10 gennaio un consiglio d’amministrazione prende atto che i coefficienti patrimoniali sono sotto i minimi e ieri l’ultimo consiglio che ha recepito il bilancio (poi «congelato») prima del commissariamento.

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