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Bankitalia a Bpm: riprenda il piano spa

MILANO — La Banca Popolare di Milano supera l’esame di Banca d’Italia, ma con una sufficienza risicata. Ieri in Piazza Meda è arrivata la relazione ispettiva della Vigilanza di Palazzo Koch, che dopo aver passato al setaccio la popolare milanese per oltre cinque mesi ha fotografato lo stato di avanzamento del tournaround avviato un anno e mezzo fa da Andrea Bonomi e Piero Montani. Tournaround che alcuni conflitti tra consiglio di sorveglianza e di gestione hanno interrotto nel momento in cui la nuova gestione preparava il grande passo: la trasformazione della Bpm da cooperativa in società per azioni. Nella relazione non c’è scritto, ma in consiglio sarebbe stata sollecitata la ripresa del confronto sul modello spa. Motivo per cui in mattinata a Piazza Affari il titolo Bpm ha fatto una fiammata arrivando a guadagnare oltre il 3%, per poi chiudere con un rialzo del 2%.

Il giudizio della Banca d’Italia è «parzialmente sfavorevole» ha commentato uno dei consiglieri di Piazza Meda al termine della riunione del consiglio di sorveglianza a cui hanno partecipato i funzionari di Bankitalia. Il giudizio scaturisce dalla sintesi tra pro e contro della nuova gestione. Palazzo Koch, innanzitutto, ha dato atto a Bonomi e Montani di aver fatto importanti passi avanti per interrompere le vecchie abitudini, finite sotto la lente degli ispettori e nella relazione in cui viene annunciato l’avvio di un iter sanzionatorio per alcuni consiglieri di sorveglianza a causa delle ingerenze sul consiglio di gestione. Si tratta della vicenda relativa al progetto «Idea», messo a punto da Maurizio Cavallari, Ruggiero Cafari Panico ed Enrico Castoldi, in alternativa al piano di trasformazione in Spa delineato da Bonomi. Il board, ha sostenuto la Banca d’Italia, non ha fatto quanto doveva per contrastare l’azione di disturbo. Di qui le sanzioni, da cui sono stati esclusi i consiglieri in quota Investindustrial e il rappresentante della cassa di Alessandria. Sanzioni sarebbero previste anche per i vecchi vertici della Banca di Legnano (azzerati da Montani) per le vecchie vicende dei «crediti facili».

Assetto organizzativo, taglio dei costi e liquidità — in poche parole la gestione — secondo quanto è filtrato da Piazza Meda, sono stati segnalati come aspetti positivi, mentre sulla governance e sulla gestione dei rischi di credito ci sarebbe ancora da lavorare. A Montani è stato riconosciuto di aver impostato un piano industriale in totale discontinuità con il passato e di aver rifocalizzato Bpm sul business e sul territorio, rimettendo in moto la macchina organizzativa con nuovi manager e una nuova struttura della rete. Il processo deve proseguire, ha esortato la Banca d’Italia, secondo la quale «le tensioni tra gli organi hanno frenato l’attuazione del piano industriale» scrive Palazzo Koch, che «dopo i rapidi progressi iniziali» «ha registrato un progressivo rallentamento e il blocco di importanti iniziative su gestione del rischio, revisione dei sistemi di sintesi, riassetto dei back office, rinnovo del management, potenziamento quali-quantitativo delle risorse nei comparti del credito e dei controlli».
La Vigilanza ha ritenuto per il momento di mantenere i requisiti aggiuntivi di capitale per Bpm, i cosiddetti add-ons, pur riconoscendo i progressi fatti. Bonomi e Montani ne auspicavano la rimozione, almeno parziale, visto che l’eliminazione libererebbe oltre 7 miliardi di capitale. Ma evidentemente Bankitalia vuole ancora tenere Piazza Meda sotto stretto controllo.

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