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Bankitalia: 32mila aziende in crisi di liquidità

Il rischio che lo shock causato dalla pandemia determini un grave squilibrio nella struttura finanziaria delle imprese italiane è serio. E quelle più colpite dalla crisi, oggi sovra-indebitate, potrebbero non arrivare all’attesa ripresa delle attività e dei mercati. È quanto ha spiegato ai parlamentari della Commissione Finanze della Camera Alessio De Vincenzo, capo del Servizio Stabilità finanziaria della Banca d’Italia. Quella dell’esponente di via Nazionale è stata la prima audizione di una serie voluta dal presidente Luigi Marattin per conoscere in tempo utile le condizioni delle imprese italiane, che nonostante i miglioramenti registrati fino a fine 2019 continuano a essere caratterizzate da un mix equity-debito non ottimale.

De Vincenzo ha spiegato che nonostante gli ingenti interventi messi in campo dal governo, ci sarebbero ancora 32mila aziende in deficit di liquidità, per un fabbisogno complessivo di 17 miliardi. Mentre senza quegli aiuti la situazione sarebbe stata ben peggiore: 142mila aziende in deficit per 48 miliardi di fabbisogno. Dunque le misure di sostegno hanno funzionato e vanno ancora mantenute – ha spiegato – poiché l’uscita dall’emergenza è di là da venire. L’insieme degli interventi messi in campo con i decreti adottati dal marzo scorso in avanti hanno ridotto l’incidenza delle società di capitali in deficit patrimoniale (con un patrimonio netto inferiore ai limiti legali) dal 14 al 12%, contro il 7% registrato prima della crisi. Ma stime di Bankitalia danno in crescita la probabilità media di insolvenza a un anno, che sarebbe salita tra febbraio e dicembre 2020 di circa un punto, collocandosi ora tra il 3 e il 4,4%. La proroga a giugno degli schemi di aiuto e delle garanzie pubbliche sui crediti è condivisa da Bankitalia, che invita anche ad affrontare con la massima cautela, a settembre, l’entrata a regime del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, visto che al suo debutto potrebbero scattare almeno 13mila segnalazione di imprese in difficoltà agli Organismi di composizione delle crisi (Ocri) istituiti presso le Camere di Commercio, un numero quasi doppio rispetto alle attese pre-crisi.

Detto che al momento siamo ancora in emergenza, De Vincenzo ha insistito sulla necessità di interventi capaci, in una prospettiva a medio termine, di rafforzare ulteriormente la struttura finanziaria delle aziende. E gli strumenti indicati sono stati diversi: da un’Ace rafforzata agli incentivi fiscali per indirizzare il risparmio privato (i Pir) o quello di investitori pazienti come i fondi pensione. E poi bisognerebbe proseguire negli incentivi alla quotazione delle Pmi sull’Alternative Investment Market (Aim) di Borsa Italiana: pur tenendo conto degli effetti della pandemia, oltre 2mila piccole e medie imprese avrebbero i requisiti per la quotazione – è stato spiegato – e se tutte si quotassero, la capitalizzazione del mercato italiano aumenterebbe di oltre 70 miliardi, con un incremento del rapporto sul Pil al 40% (dal 36 alla fine del 2019).

«Intervenire oggi – ha concluso De Vincenzo – sfruttando anche l’opportunità del Next Generation EU per agevolare quanto più possibile la patrimonializzazione, la raccolta di capitale direttamente sui mercati, la diversificazione delle fonti di finanziamento e, quando occorre, processi di ristrutturazione rapidi ed efficaci. potrà certamente aiutare le imprese a sfruttare al meglio la fase di ripresa economica non appena essa si presenterà».

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