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Banker ancora fiduciosi sul mercato italiano

L’Italia è un Paese che genera sempre sentimenti contrastanti. Ci sono investitori che ieri scappavano dai titoli di Stato e oggi scappano dalle banche, altri hanno letteralmente fame del tricolore: basti ricordare l’entusiasmo per la quotazione della Ferrari a Wall Street o il successo di “Invest in Italy”, il roadshow di gennaio con il quale Governo, Ice e Cassa depositi e prestiti hanno presentato alla comunità finanziaria americana le opportunità di investimento italiane. Nel 2015 si è avuta la percezione che l’Italia fosse tornata un Paese sul quale puntare con fiducia.
Gli scossoni finanziari di gennaio e febbraio stanno facendo cambiare idea? La recente questione “bad bank” tiene i professionisti con i piedi per terra. E il Wealth management cerca di capire come cavalcare il nuovo trend: con prudenza o con cinismo, approfittando delle opportunità generate dai ribassi?
«Stiamo vivendo una rivoluzione epocale – spiega Nicola Pellanda, private banker a Padova di Banca Euromobiliare – e dobbiamo affrontare clienti che vedono saltare tutti i paradigmi consolidati in una vita: “le banche non possono fallire”, “le obbligazioni rimborsano sempre il capitale investito”, “i titoli di Stato sono un investimento solido e remunerativo” e via dicendo. A queste certezze, minate profondamente, dobbiamo aggiungere l’iper-volatilità dei mercati a cui ci stiamo abituando. Il panorama italiano ci sta offrendo opportunità su tutte le classi di asset: in poche settimane abbiamo visto bruciare capitalizzazioni importanti sull’equity e visto rendimenti sempre più rarefatti sull’obbligazionario, ci troviamo in un momento di “saldi” ma dobbiamo muoverci con estrema attenzione. E in questo senso dobbiamo far capire ai clienti che fino a ieri erano abituati a sottoscrivere obbligazioni ad occhi chiusi, magari anche con scadenze trentennali e con poca consapevolezza delle insidie nascoste, che questa potrebbe non essere un allocazione ottimale».
Di avviso diverso Dario Cambi, private banker toscano di Banca Fideuram. «Un mio importante cliente mi ha detto che l’unica cosa in cui crede è la liquidità e la qualità che può darci solo uno Stato forte come la Germania, anche a costo di accettare rendimenti negativi per anni – racconta -. Mai un cliente mi avrebbe fino ad oggi parlato in questi termini delle proprie aspettative. Per queste ragioni sono sempre poco propenso a raccomandare strumenti finanziari del cosiddetto made in Italy. I BTp non rappresentano oggi uno strumento efficiente per un’allocazione prospettica di un portafoglio. Semmai lo possono essere in una pura tattica ricerca di valore e solo attraverso Fondi ed Etf con un peso contenuto nell’asset obbligazionario. Le prospettive del debito pubblico italiano sono ancora preoccupanti e molti dei miei clienti cominciano ad aver chiari i rischi di una mancata reale unificazione monetaria e politica europea e si aspettano a breve una nuova crisi del debito nei Paesi più esposti e meno forti politicamente. Che dire di un mercato azionario come il nostro, concentratissimo ed esposto ad ogni tipo di crisi (bancari, auto, energia)? Poche aziende e con mezzi propri deboli, scarso afflusso di capitale estero (e a poco servono gli sforzi del Governo di fronte al gap infrastrutturale, al costo della burocrazia, alla lentezza delle liti giudiziarie, all’alto livello di corruzione) e un grosso peso del settore bancario, in prospettiva più penalizzato dai processi di disintermediazione, fanno del nostro azionario una scommessa. Preferisco concentrarmi sulla gestione del rischio sistemico, scelta condivisa dai miei clienti più importanti».
Più tattica la visione di Alfredo Piacentini, general manager di Decalia Asset management di Ginevra e gestore del fondo Oyster Italian opportunities, secondo il quale l’Italia interessa inevitabilmente agli stranieri per alcune ragioni di fondo. «C’è molta dinamicità nelle aziende familiari quotate ed esportatrici – dice -. Dalla crisi del 2008, il mercato italiano è sotto del 35-40%, le valutazioni sono molto abbordabili. Inoltre gli istituzionali stanno tornando in Italia anche nel settore immobiliare. Il contesto globale fa sì che esista la paura che un rallentamento dell’economia Usa possa impattare sull’Europa. Ma l’Italia è un warrant sul mercato europeo: se i listini ripartono l’Italia farà meglio degli altri, se scendono l’Italia farà probabilmente peggio. La “lavata” in corso ritengo sia dovuta al fatto che gli stranieri hanno tendenza a vendere dove ci sono utili (e molti avevano utili dall’anno scorso) e al fatto che quello italiano non è un mercato indispensabile: per europei o americani l’Italia resta un mercato marginale in un portafoglio internazionale per cui tendenzialmente si vende quello che non è indispensabile e dove si sono fatti utili. Ma l’Italia è un mercato importante da sviluppare. E si vede dagli investitori stranieri che vengono in Italia con i fondi o con basi stabili».
Il problema educativo di fondo è alla base delle scelte di investimento del cliente italiano, anche di alto profilo. Andrea Gonfiantini, consulente professional in IWBank – Ubi Banca, coordinatore territoriale tra Firenze, Lucca, Pisa e Livorno, evidenzia come il concetto di lungo periodo non sia proprio nel “radar” dell’italiano. «Tutto si esaurisce in un orizzonte di 7/8 anni. Nella comunità cinese ho riscontrato che quando si parla di risparmio si intende un arco temporale minimo di 10/15 anni per arrivare fino ai 40 anni pensando ai nipoti che ancora non ci sono. In queste realtà le risorse che vengono impiegate con un orizzonte inferiore ai 10 anni sono considerate come parte di capitale che si è disposti anche a perdere, destinate ad attività reali».
Ma date le incertezze italiane, dove vanno i grandi patrimoni? «Sta riaffacciandosi l’interesse per l’arte – spiega Gonfiantini – ma i servizi di Art advisory che molte banche ed istituzioni finanziarie hanno a catalogo sono limitati, lasciando un vulnus tra chi vorrebbe investire nell’economia dell’arte e chi vorrebbe rendere più liquidi i beni in loro possesso. Così ho fondato, insieme ad altri professionisti, una società di consulenza per coprire questo bisogno (www.ogma.it)».

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