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BancoBpm e Ubi, piani industriali verso lo slittamento a inizio 2020

Le riflessioni sono ancora in corso. E il punto finale è ancora da mettere. Ma è un fatto che sia BancoBpm che Ubi Banca stiano valutando di far slittare al nuovo anno la presentazione dei nuovi piani industriali. A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, entrambe le banche ex popolari stanno infatti pensando di posticipare alle prime settimane del 2020 – realisticamente in febbraio, in coincidenza con la presentazione dei risultati del bilancio 2019 – la comunicazione al mercato delle linee guida dei piani di impresa, prevista inizialmente entro l’anno.

Una scelta autonoma e dettata da valutazioni interne, ovviamente, ma che nascerebbe dalla volontà – comune a entrambe le banche – di presentare piani credibili e basati su premesse macroeconomiche il più possibile stabili. Nessun legame nascosto legherebbe le due decisioni coincidenti – nonostante da tempo alcuni rumors diano come possibile una fusione tra i due istituti – ma solo l’intenzione di ridurre al minimo gli elementi di incertezza che permangono nel quadro attuale.

Per BancoBpm come per Ubi le attese di massima erano per una presentazione dei piani industriali nell’ultima parte del 2019. «Per il piano industriale i lavori sono in corso. Stiamo lavorando davvero con grande lena e cerchiamo di finalizzarlo entro la fine dell’anno», aveva detto Massiah lo scorso 2 agosto nella conference call con i giornalisti sui risultati del primo semestre. «Presenteremo il nuovo piano industriale, possibilmente entro la fine dell’anno», aveva fatto eco l’amministratore delegato di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, lo scorso 6 agosto nel corso di una conference call con gli analisti per presentare i conti semestrali dell’istituto.

È evidente tuttavia che da allora molte cose sono cambiate: l’improvvisa crisi di governo – datata 8 agosto – ha dato il via a un cambio strutturale dell’assetto politico italiano, poi maturato nella seconda di metà agosto con l’avvento del governo giallo-rosso al posto di quello a trazione Lega-5S. Un rimescolamento di carte sul tavolo che ha provocato un ridimensionamento del rischio Italexit, come confermato da uno spread BTp-Bund in picchiata (la riduzione è di circa 100 punti base in meno di 2 mesi) e dalla discesa del tasso di BTp, calato dal 2,8% in area 0,8-0,9% circa sulla scadenza decennale. Se a questo si aggiunge l’evoluzione delle tensioni commerciali internazionali e il fatto che dopo una lunga attesa solo a metà settembre – con la conferma del Qe2 da parte dell’uscente numero uno della Bce Mario Draghi – si è avuta piena visibilità sulla politica monetaria futura, si capisce come i due istituti italiani stiano valutando di prendersi un margine di tempo supplementare per far sì che le grandezze macroeconomiche diventino più stabili.

Lo stesso ceo di Ubi, Victor Massiah, aveva messo in conto un possibile slittamento. «Mi tengo una riserva sulla consegna definitiva del piano al mercato perchè ci sono incertezze sulla manovra finanziaria che potrebbero influenzare la dinamica degli spread. E, a livello internazionale, è in corso una guerra dei dazi che minaccia di modificare gli equilibri», aveva detto il banchiere ad agosto. Ragionevole dunque che per Ubi, coerentemente con quanto ventilato, l’intenzione sia quella di sfruttare i margini a disposizione e di presentarsi agli analisti all’inizio del 2020.

Esattamente come per Banco Bpm, banca che peraltro in primavera andrà al rinnovo del board: il ceo Giuseppe Castagna dovrebbe sciogliere il nodo nel giro delle prossime due settimane e definire la data finale della presentazione. Che, a questo punto, come detto è realistico si tenga a inizio febbraio: possibile peraltro che la comunicazione avvenga a Londra, con una scelta dettata dalla volontà di essere anche simbolicamente più vicino ai grandi investitori istituzionali.

Dal punto di vista dei contenuti, seppur con approcci diversi, entrambi gli istituti dovranno fare i conti con le stesse difficoltà di fondo: servirà lavorare inevitabilmente sulla razionalizzazione dei costi, mentre sulla crescita dei ricavi gli spazi di manovra sono limitati. Colpa di uno scenario macroeconomico incerto, contrassegnato da una lenta ripresa del Pil influenzato anche dal basso contributo demografico. E, a livello di industry, di una marginalità ancora fortemente sotto pressione a causa dei tassi negativi.

 

Luca Davi

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