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«BancoBpm, la crisi è gestibile Sui costi c’è spazio di manovra»

«Abbiamo voluto fare un’operazione di trasparenza al mercato, e forse oggi questo non paga. Noi però andiamo avanti per la nostra strada. Siamo convinti che ci sia spazio per realizzare gli obiettivi che ci siamo dati, perché abbiamo margini importanti sui costi che possono compensare eventuali frenate sui ricavi, nel caso in cui questo scenario di crisi dovesse perdurare per tutto il 2020».

Il ceo di BancoBpm, Giuseppe Castagna, non nasconde l’amarezza per la risposta del mercato al nuovo piano quadriennale appena presentato. Ieri il titolo della banca ha chiuso la seduta cedendo in borsa l’8,23%: un calo pesante anche rispetto a quello della media del settore (-2%) e che porta a -28% la flessione dallo scorso venerdì. La reazione recente della Borsa, va detto, in larga parte va ascritta ai timori per gli effetti, al momento imponderabili, del Coronavirus. Ma il calo di ieri rappresenta pur sempre un giudizio chiaramente non lusinghiero verso un piano che, da parte sua, mette in conto almeno 800 milioni di dividendi nei prossimi 4 anni, con un payout dividend almeno del 40%. Un piano che Castagna difende con forza, pur evidenziando margini per eventuali correzioni da fare in corsa.

Il mercato, si dice, ha sempre ragione. È così?

Il mercato ha sempre ragione. Ma ci sarà modo per spiegare meglio quello che questo piano mette in conto, e quali sono i nostri margini di flessibilità, pur in uno scenario che rimane incerto e non facile.

Il vostro piano al 2023 ipotizza un calo del Pil dello 0,1% e un rimbalzo l’anno successivo. Il mercato, stante la diffusione del Coronavirus, forse sconta scenari peggiori?

Non dobbiamo drammatizzare ma essere realisti. La situazione al momento è complicata ma nessuno sa cosa succederà: l’emergenza potrebbe concludersi tutto nel breve periodo e allora le cose potrebbero andare meglio di come le abbiamo ipotizzate a piano. Noi comunque ci siamo premuniti e abbiamo messo in conto un Pil in calo nel 2020. E anche in questo scenario siamo in grado di generare valore per i nostri azionisti in maniera sostenibile. Ovvio che una crisi economica perdurante impatterebbe sugli Npl e quindi su tutte le banche. Se però le difficoltà si confermassero temporanee, e si limitassero al 2020 con una ripresa successiva, per noi il quadro sarebbe pienamente sostenibile. Valuteremo tutto nella seconda parte dell’anno, non appena ci sarà maggiore visibilità sul fronte macro.

Oggi, intanto, dal vostro punto di osservazione che cosa state osservando sul fronte delle imprese?

Noi stiamo continuando a lavorare, ma è vero che in questa fase molte aziende sono bloccate, o per mancati approvvigionamenti o minore domanda, in particolore sul fronte dei servizi, del turismo e della logistica. Molte aziende hanno bisogno di liquidità per il circolante, e anche gli investimenti sono ovviamente procrastinati. Noi ovviamente diamo tutto il supporto necessario.

A piano mettete in conto, sul fronte dei ricavi, una crescita aggregata dello 0,6% tra il 2019 e il 2023. Troppo, forse, in una fase come questa?

Voglio essere sincero: con la fusione tra Banco Bpm siamo andati oltre i target per molti aspetti ma non sui ricavi, su cui siamo rimasti indietro. Hanno pesato diverse criticità che si sono aggiunte una sull’altra, dal calo dell’Euribor al derisking, alla sfiducia legata alla vicenda “diamanti”, che ha generato un rallentamento dell’attività retail. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate e in maniera significativa, e i risultati che ci arrivano dalla rete sono anzi straordinari per certi versi. Dobbiamo liberare questa capacità di generazione dei ricavi, che in larga parte è rimasta inespressa.Voglio essere sincero: con la fusione tra Banco e Bpm siamo andati oltre i target per molti aspetti ma non sui ricavi, su cui siamo rimasti indietro. Hanno pesato diverse criticità che si aggiunte una sull’altra, dal calo dell’Euribor al derisking, alla sfiducia legata alle vendite sui diamanti, che ha generato un rallentamento del trasferimento delle masse dai conti correnti al risparmio gestito. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate e in maniera significativa, e i risultati che ci arrivano dalla rete sono anzi straordinari per certi versi. Dobbiamo liberare questa capacità di generazione dei ricavi, che in larga parte è rimasta inespressa.

Sui costi prevedete un calo forse contenuto: il cost/income passerebbe dal 61% al 59% in quattro anni. Possibile che, almeno a vedere altre banche, il mercato voglia vedere interventi più decisivi?

Il nostro track record sui costi, come sul derisking e sui capital target, è noto a tutto il mercato. Nel piano precedente, solo come esempio, avevamo messo in conto 177 milioni di risparmi operativi, e ne abbiamo fatti oltre 300 milioni in più. Ciò significa che, se servisse, abbiamo tutta la capacità per poter usare la leva dei costi per compensare eventuali cali dei ricavi.

In quale misura?

È evidente che una parte degli investimenti messi a piano, oggi pari a 600 milioni di euro, a fronte di una situazione di recessione verrebbero in parte rallentati. Una quota di 50 milioni di investimenti annui è un margine di flessibilità che ci manteniamo, qualora ci fosse la necessità di far fronte a una situazione di emergenza.

Tra derisking ed effetti regolamentari, negli ultimi tre anni avete assorbito oltre mille punti base di impatto sul capitale. Oggi prevedete altri 200 punti base di ulteriore stretta regolatoria: sembra non finire mai.

È così, ma anche in questo caso è un tema più che gestibile. Perché anche ipotizzando in maniera conservativa oltre 200 punti base di impatti regolamentari cumulati, manterremo un Mda buffer minimo (livello al di sotto del quale scattano limitazioni per la distribuzione degli utili, ndr) di circa 250 punti base.

In che modo?

Abbiamo già messo in pista misure misure di capital management. Come la razionalizzazione del portafoglio immobiliare attraverso la cessione di circa un miliardo di immobili. E la cessione di alcune partecipazioni azionarie di minoranza. Dal 10% di Agos, a Factorit a Selmabipiemme, fino a ProFamily.

Viste le incertezze e le reazioni, avevate ipotizzato di rinviare la comunicazione del piano?

Sì, ma avremmo dato meno trasparenza al mercato. E volevamo dare un chiaro segno di discontinuità rispetto al passato. In questi mesi abbiamo fatto un grandissimo lavoro con tutti i colleghi, che ringrazio, per gestire tutto al meglio. Un silenzio sarebbe stato più rumoroso, anche alla luce dei recenti avvenimenti, che sarebbero stati letti in maniera non chiara.

Si riferisce a Ubi, oggi coinvolta nell’Ops di Intesa Sanpaolo, e alle ipotesi di mercato che vi vedono coinvolti in possibili operazioni con l’ex popolare?

Volevamo essere chiari. Noi abbiamo fatto un piano stand alone, che era in lavorazione da mesi. La mia idea è che il mercato debba procedere al consolidamento, e in questo senso noi intendiamo giocare un ruolo. E il percorso di aggregazione tra banche medie è preferibile a un’operazione ostile. Noi oggi però abbiamo ancora da lavorare per recuperare ulteriore redditività prima di poterci presentare al consolidamento.

Più il titolo soffre più vi rende potenzialmente esposti a possibili operazioni ostili.

La mia strategia è crescere stand alone e rafforzare il valore del titolo. Poi, il mercato è libero per definizione.

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