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«Banco redditizio, alleanza possibile»

Guarda con cauto ottimismo alla ripresa economica, Pier Francesco Saviotti. Spera di tornare a distribuire un dividendo. Ma nel contempo l’a.d. del Banco Popolare non nasconde le sfide del momento, da quella dei crediti deteriorati a quella delle fusioni. Un fronte, quest’ultimo, su cui intende agire «in tempi ragionevoli».
Dottor Saviotti, il Pil italiano nel primo trimestre ha segnato una crescita dello 0,3%, battendo le attese. Lei ritiene che la recessione sia davvero alle spalle?
Per carattere sono cauto, e ho sempre diffidato dal fare grandi proclami. Però questa volta mi sento di dire che sì, i segnali che ci sono sono positivi, e comincio a essere moderatamente ottimista. Tutto dovrà essere confermato nei prossimi trimestri, ma c’è motivo per credere che le cose stiano andando nel verso giusto. 

Il “verso giusto” potrebbe averlo preso anche il Banco dopo la maxi-perdita del 2014? Il risultato netto trimestrale di 209 milioni è andato oltre le stime.
La rete della banca ha sempre funzionato bene. Oggi questa realtà emerge chiaramente e ci consente di essere in netta controtendenza rispetto al mercato: abbiamo aumentato il margine di interesse del 4%, mentre grazie al boom del risparmio gestito le commissioni nette sono balzate del 13,6%. Il risultato della gestione operativa cresce del 22,7%, mentre i costi operativi sono sotto controllo.
Sembra che da parte di famiglie e imprese la domanda di prestiti stia tornando.
Le do un dato: se in tutto il 2014 avevamo erogato 5,7 miliardi, solo nel primo trimestre 2015 abbiamo erogato 2,5 miliardi. Stiamo tornando a erogare prestiti in maniera importante a famiglie e imprese, gente del nostro territorio con cui abbiamo un rapporto pluriennale che non abbiamo mai tradito.
C’è però ancora il problema dello stock dei crediti deteriorati, pari all’8% sul totale, un dato che rimane uno dei più alti del comparto bancario.
È innegabile, il problema c’è. Ma anche in questo caso c’è una chiara inversione di tendenza. Perchè lo stock si sta riducendo, visto che è calato di 165 milioni nel trimestre. Senza contare che l’andamento dei flussi netti di ingresso a deteriorati è in contrazione del 76%. Inoltre, con gli stralci abbiamo una copertura sui crediti dubbi pari al 45,1%, mentre la copertura sulle sofferenze sale al 58,7%.
La bad bank può essere una soluzione per i crediti non performing del Banco?
Tutto dipende dalle condizioni previste. Ma se, come sembra, dovessero chiedere di svalutare i crediti del 70-80% rispetto al loro valore nominale, allora ringrazio e saluto: a quei prezzi io non conferisco nulla. Anche perchè abbiamo collaterali anche di valore, e non ho alcuna intenzione di svendere i miei crediti.
Che cosa pensa delle misure a cui sta lavorando il Governo, che dovrebbero prevedere una riduzione dei tempi di recupero in caso di fallimento o la riduzione della “spalmatura fiscale” delle perdite su crediti?
Quelle sì, possono essere un importante contributo, e le vedo con grande favore.
Ipotizziamo per un attimo che il trend macro continui a migliorare, che il Pil italiano salga come da attese e che non spuntino “cigni neri”. A quel punto, c’è spazio per pensare di distribuire un dividendo ai soci?
Spero di sì. Qualora le previsioni macroeconomiche relative alla crescita italiana dovessero tradursi in realtà diventerebbe più concreta la possibilità di potere dare una remunerazione ai soci.
Il tema caldo è quello delle fusioni. Il Banco ha sempre ribadito di voler creare un polo bancario di dimensioni importanti. A che punto è la ricerca del partner?
Credo che in tempi ragionevoli si possa arrivare a una opportunità di aggregazione. Noi non vogliamo rimanere da soli, vogliamo aggregarci. Per questo motivo stiamo parlando con tutti, e sono dialoghi che stanno diventando più intensi. Però la verità è che sono ancora parole, non c’è nulla di concreto.
Tuttavia c’è un nome che circola di più sul mercato, ed è quello di Bpm. Lei non ha mai fatto mistero di vederlo come un progetto con un senso industriale. 
Non ho mai fatto mistero di vedere Milano come il mio possibile partner preferito. Ma va detto che quella milanese non è l’unica alternativa sul mercato.
Ubi e Veneto Banca potrebbero essere un’alternativa?
Noi parliamo con tutti: ma ribadisco che non c’è nessuna iniziativa concreta in atto. Il giorno che comunicheremo il nome del nostro advisor capirete che c’è un’opportunità seria, e che sarà possibile procedere con gli approfondimenti del caso.
Fondazione Cariverona si è detta disponibile a investire in maniera sostanziosa nel capitale della banca: come vede la creazione di un nocciolo duro di azionisti in vista della trasformazione in Spa? 
La disponibilità della Fondazione Cariverona mi fa particolarmente piacere. Le Fondazioni bancarie, le assicurazioni e gli azionisti storici di lungo corso sono fondamentali per dare vita al progetto di banca che abbiamo in mente, una banca che possa continuare a svolgere un ruolo da “popolare” ma che nello stesso tempo si adegui ai tempi della riforma. Una banca che nella nuova forma giuridica di Spa continui a supportare il territorio con fatti concreti. Questa è la natura delle banche popolari ed è un modello – anche per me che provengo da grandi banche come era Comit e come è Intesa – in cui credo fortemente.

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