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Banco Popolare, a segno l’aumento da un miliardo

L’aumento di capitale da un miliardo del Banco Popolare si chiude con il «tutto esaurito». A comunicare l’esito dell’operazione è stato lo stesso istituto, che ieri in una nota ha reso noto che è stato sottoscritto il 99,4% dell’offerta complessiva (pari a 1 miliardo), per un ammontare complessivo di 990 milioni. I diritti non esercitati saranno offerti in Borsa a partire dal 24 giugno fino al 30, salvo chiusura anticipata.
«È una soddisfazione enorme», ha commento ieri l’amministratore delegato Pier Francesco Saviotti. Che si è detto «particolarmente felice perché abbiamo ottenuto questo risultato in un contesto di mercato molto difficile», con una «grande partecipazione del retail» e «senza l’intervento delle banche garanti Mediobanca e BofA Merril Lynch, a cui va il mio ringraziamento».
L’esito dell’operazione, definito come un «grande successo» dall’istituto, di fatto non era scontato. I salvataggi delle quattro banche regionali, il fallimento degli aumenti di capitale delle due banche venete (messi in sicurezza dal fondo Atlante), l’intervento del Fondo volontario su tre piccoli istituti locali (Cesena, Rimini e San Miniato) sono segnali chiari di un clima di incertezza che pesa su una parte del mondo bancario italiano. Ma non su tutto.
Lo dimostra il fatto che gli investitori istituzionali abbiano aderito al collocamento in misura netta, con una partecipazione molto alta. La stima di mercato è che ben il 65% del totale sia stato collocato tra i fondi istituzionali esteri e domestici mentre ai soci storici sia andato circa il 35%, un dato in linea con le attese, di cui una quota preponderante di retail puro.
Buona ad esempio è stata la risposta delle fondazioni storiche, Carilucca e Cariverona, titolari rispettivamente di un 2,9% e di un 0,5% circa, che non hanno diluito la loro partecipazione. Analogo l’approccio di azionisti radicati sul territorio come le fondazioni emiliane (Manodori, Carpi e Modena) o di realtà come la Cattolica Popolare di Molfetta. Tra i soggetti più strutturati, Unipol, che dovrebbe aver partecipato pro-quota, con una partecipazione attorno al 2%, come Aviva.
Da sottolineare l’attivismo degli imprenditori locali, e in particolare di Sandro Veronesi, patron di Calzedonia, che in prospettiva potrebbe avere un ruolo da pivot nell’aggregazione di vari soci del veronese, così da garantire il mantenimento delle radici sul territorio anche dopo la fusione con Bpm. Come detto, infine, partecipazione elevata e diffusa da parte dei grandi investitori esteri, tra cui non dovrebbe mancare quella di Blackrock, così come di altri fondi già presenti nel capitale, soprattutto con strategia long-only. «Se c’è coraggio e consapevolezza da parte del management e il progetto crea valore, allora il mercato ti segue, anche in una fase complicata come quella che ha anticipato il referendum sulla Brexit», spiega Stefano Rangone, direttore centrale di Mediobanca, advisor dell’operazione assieme a Bofa Merrill Lynch.
Non è escluso che ad attirare gli investitori siano state anche le prospettive reddituali che il futuro colosso bancario, il terzo a livello italiano, promette di generare. Con circa 1,07 miliardi di euro di utile stimato al 2019, e una capitalizzazione complessiva odierna di circa 4,5 miliardi (2,4 per il Banco, 2,1 per Bpm), oggi il polo virtuale Milano-Verona capitalizza circa quattro volte i profitti attesi tra 3 anni. A parità di condizioni, e in assenza di shock (pur sempre dietro l’angolo), si prospetta insomma un potenziale di rerating significativo. Forse anche questo spiega l’andamento poco volatile del titolo in corso di aumento. E così forse si spiega il fatto anche che ieri, primo giorno in cui gli investitori avevano a disposizione le azioni per poterle cedere, si siano registrati volumi normali, senza scossoni di alcun tipo.
«È una grandissima soddisfazione per noi – commenta il direttore generale Maurizio Faroni – soprattutto considerando le difficoltà del contesto esterno». Il mercato, dice il manager «ha confermato il generale apprezzamento per il Banco Popolare e per un piano industriale, a cui questa operazione si collega, che metterà in condizione la combined entity (Bpm-Banco, ndr) di competere al meglio». Con l’aumento di capitale, che come noto è propedeutica all’aggregazione con Milano, sembra infatti anche sparire l’ultimo ostacolo alla fusione tra le due realtà. D’altra parte la ricapitalizzazione servirà ad aumentare il livello delle coperture sui 13,6 miliardi di crediti deteriorati netti, di cui 6,1 miliardi le sofferenze, dell’istituto presieduto da Carlo Fratta Pasini, pari al 17,4% del totale dei crediti netti. Francoforte ha richiesto che, post fusione, la capogruppo abbia un livello di coperture delle sofferenze in linea con le tre maggiori banche italiane, pari a circa il 62%, alzando così il livello dall’attuale al 57,2%. «L’aumento di capitale è laconditio sine qua non posta dalla Bce per realizzare la fusione con Bpm», aveva detto l’amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, aprendo il suo intervento all’assemblea dei soci del Banco , riunitasi lo scorso 7 maggio a Verona per approvare (a larghissima maggioranza) l’operazione di rafforzamento patrimoniale.
Tornando sul dettaglio dell’operazione, va detto che durante il periodo di offerta in opzione, iniziato il 6 giugno, sono stati esercitati 359.863.966 diritti di opzione per la sottoscrizione di 462.682.242 azioni, pari al 99,377% del totale delle azioni offerte. Da venerdì i 2.254.826 diritti di opzione non esercitati saranno offerti in Borsa fino al 30 giugno, salvo chiusura anticipata.

Luca Davi

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