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Banco Popolare, a giugno l’aumento per la fusione  

Il Banco Popolare inizia a portare le coperture sui crediti al livello delle migliori banche italiane e gli effetti sui conti si sentono: nel primo trimestre dell’anno la banca veronese ha registrato una perdita di 314 milioni di euro. Un rosso pesante, che è conseguenza diretta dell’adeguamento alle richieste della Banca Centrale Europea. Francoforte, in vista della fusione con Banca Popolare di Milano (la due diligence si è conclusa in maniera favorevole e la presentazione al mercato il 16 o il 17 maggio) ha «chiesto una forte discontinuità» rispetto al passato, come ha spiegato l’ad Pier Francesco Saviotti durante la conference call.
Tradotto in numeri: sulle sofferenze, il tasso di copertura del Banco è salito al 59,7% rispetto al 56,3% di fine 2015 mentre sui deteriorati la copertura è salita al 45,7% contro il 43,7% di tre mesi prima.
La richieste della Vigilanza unica del resto sono chiare. L’input è quello di portare la copertura «al 49% per i deteriorati e al 62% per le sofferenze – ha spiegato Saviotti – con l’obiettivo di ridurre lo stock fino a un massimo di 10 miliardi entro il 2019».
Ecco perchè, «immediatamente dopo la firma del protocollo d’intesa» con Bpm, il Banco Popolare ha iniziato ad «avviare tutte le attività per identificare portafogli» di crediti in sofferenza che potrebbero essere «oggetto di vendita nel prossimo futuro». Nei primi tre mesi sono quindi scattate rettifiche nette di valore su crediti per 684 milioni di euro rispetto ai 181 milioni di marzo 2015. Una “cura da cavallo” che si farà sentire anche in prospettiva. Il manager ha ammesso che il Banco dovrà varare «altri accantonamenti» alla luce «degli accordi presi con la Bce e che stiamo formalizzando con iniziative che sottoporremo al nostro cda». Inevitabilmente, tale orientamento «influenzerà negativamente la redditività del gruppo nel breve periodo».
A più che compensare l’aumento delle rettifiche su crediti sul capitale – 70 punti base è il costo sul Cet 1 ratio in termini fully phased – sarà però l’aumento di capitale da un miliardo già approvato dall’assemblea dei soci e dallo stesso Cda, che ieri ha esercitato la delega. La ripatrimonializzazione – che sarà offerta in opzione agli attuali soci – vale 245 punti base, tanto da far salire pro-forma il Cet 1 ratio al 14,4% dall’attuale 12,4%, e a fronte di una richieste Bce del 9,55%. Saviotti ha chiarito che i tempi dell’operazione sono stretti. «Se riceveremo tutte le autorizzazioni della Consob, contiamo di farlo entro fine maggio, inizio giugno», ha detto il manager.
Se il livello patrimoniale è più che soddisfacente, meno lo è il fronte dei margini. Il margine di interesse è sceso del 9,2% sul trimestre precedente, complice «il calo dell’Euribor e la pressione sul pricing degli impieghi». Peggio è andata sul fronte commissionale: qui la banca scaligera nel primo trimestre ha registrato un calo del 24,7% sull’anno precedente, a quota 316 milioni. Colpa del negativo andamento del primo bimestre delle borse e della crisi di fiducia sul sistema bancario: un mix di fattori che ha «condizionato la propensione all’investimento della clientela», ha detto Saviotti. «È una trimestrale non brillante per l’andamento dei ricavi», ha riconosciuto il Ceo. Che però ha evidenziato anche come i cali dei ricavi siano compensati «dal contenimento dei costi di struttura e di personale che su base annua avranno una riduzione di 9-10 per cento». Il Banco Popolare registrerà nel 2016 «un risultato, al netto delle provisions straordinarie, più che decoroso».
Infine il capitolo della fusione con Bpm. «Nessun dubbio sul fatto che l’operazione» con Piazza Meda «si chiuda». Del resto, ha ribadito, «è l’operazione più bella che il sistema bancario abbia visto negli ultimi 10 anni». Il Banco si va a sposare «con una controparte che sta andando bene, i numeri della Milano sono da cavallo di razza, noi da passisti».

Luca Davi

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