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Il Banco fa il pieno ma frenano le nozze tra le altre Popolari

Il responso per il doppio aumento di capitale da un miliardo (coincidente nei tempi) è stato opposto per Veneto banca, ferma al palo dell’1% di sottoscrizioni o poco più (i dati ufficiali si conosceranno solo stamane) e per il Banco popolare, che invece ha fatto l’en
plein,
con sottoscrizioni pari al 99,4%. Ma il bicchiere è pieno solo a metà: il rafforzamento patrimoniale del Banco (preteso dalla Bce per dare il via libera alla fusione con Bpm) è solo la prima mossa di quel risiko bancario tra banche popolari che non riesce a decollare. Su dieci banche che avevano l’obbligo di diventare spa (9, la Popolare dell’Etruria è fuori dal coro causa “risoluzione”, da prima di Natale) hanno fatto il salto solo in tre, di cui due per obbligo Bce (Veneto banca e Popolare di Vicenza). Si fa prima a dire che solo Ubi ha già cambiato abito, ma non ha ancora scelto il suo futuro.
Il bilancio è altrettanto scarno se guardiamo alle aggregazioni possibili in termini di dimensioni. Il 58% degli attivi delle popolari quotate (59 se ci aggiungiamo anche la Popolare di Bari) ancora non ha battuto colpo, sebbene fosse proprio quello l’obiettivo dichiaratamente percorso dal premier Matteo Renzi quando quindici mesi fa ha varato la riforma delle popolari. L’operazione Banco-Bpm porterà ad unire le forze al 42% degli attivi delle popolari a Piazza Affari, 174 miliardi su 414. Obiettivo importante ma non ancora determinante; anche perché per questa strada nascerà il terzo gruppo bancario italiano (testa a testa con Mps), ma il secondo di attivi ne ha 700. Tuttavia è pur sempre un primo passo, che la risposta del mercato ha mostrato di apprezzare. «E’ una soddisfazione enorme. Sono particolarmente felice perché abbiamo ottenuto questo risultato in un contesto di mercato molto difficile», ha commentato Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato del Banco Popolare. E’ stato premiato il progetto industriale che sta dietro la richiesta di mezzi freschi da parte di Verona e ha trovato risposte positive nonostante si sia arrivati alla vigilia di Brexit e dopo la “risoluzione” delle quattro banche (a fine 2015). E’ stata la Bce a mettere come condizione per la fusione l’aumento di capitale; il Banco infatti ha troppi crediti deteriorati e Francoforte vuole che li riduca sensibilmente prima di arrivare all’altare perché ritiene necessario che la nuova entità sia allineata alla media delle coperture delle sofferenze delle prime tre banche italiane.
La fusione con la Milano non è ancora cosa fatta – deve passare al vaglio delle due assemblee straordinarie – ma certo il viatico di mercato dovrebbe giocare a favore. In attesa di eventuali comunicazioni ufficiali, sembra che sia la Fondazione Carilucca (poco più del 2%), sia Unipol (poco meno del 2%) abbiano seguito l’aumento ma senza aumentare la propria quota; anche la Fondazione Cariverona ha confermato il suo 0,5%. Altro elemento positivo, lo scostamento di prezzo tra il valore dei concambi tra le due popolari (già fissato) e quello di Piazza Affari non si è ulteriormente allargato durante il periodo dell’aumento, anche se resta intorno al 4% (a favore della Bpm). I diritti inoptati verranno offerti in Borsa dal 24 giugno, ma ormai è un dettaglio: l’operazione – garantita da Mediobanca e Merrill Lynch – è andata.
L’opposto insomma di quanto successo con Veneto banca: l’istituto, in forte affanno finanziario e reputazionale, andrà con maggioranza ultra-bulgara in pancia ad Atlante. Il fondo ha ottenuto proprio ieri l’autorizzazione della Bce a prendere una quota superiore al 50%. Sfiorerà il 100%, difficilmente i due giorni dedicati agli investitori istituzionali (che terminano domani) ribalteranno il risultato: è ben più probabile che siano pari a zero.

Vittoria Puledda

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