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Banco Bpm-Ubi per fondersi servono 3 miliardi

L’ipotesi di fusione tra Banco Bpm e Ubi, emersa alle cronache nelle scorse settimane, prima di ogni considerazione sulla fattibilità del piano e le sue conseguenze, pone in evidenza come il sistema bancario italiano, che pure ha vissuto tempi molto peggiori, non è ancora autonomo e capace di crescere in modo indipendente.

Certo, il mondo del credito nazionale non può essere considerato al di fuori di una macro cornice che per l’intera industria creditizia disegna un presente fatto di difficoltà, in primis sulle marginalità da interesse dovute a un costo del denaro mai così basso. Ma alle difficoltà comuni con altre banche europee e mondiali, le italiane aggiungono molto di loro. Il percorso compiuto negli ultimi cinque anni è importante, ma l’eredità dei decenni precedenti è ingombrante. Sotto molti punti di vista. Dalla governance al modello industriale, dalla povertà di capitale alla modesta capacità di innovazione. Consigli di amministrazioni lunghi come un elenco telefonico e ridondanti organizzazioni interne sono stati smantellati a fatica per lasciare spazio, in qualche caso, a competenza ed efficienza. Ma le resistenze sono state molte e non del tutto vinte.

La tragedia delle banche popolari ha lasciato il segno: Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare dell’Etruria, e poi Carife, CariChieti, Banca Marche, le casse di Rimini, Cesena e San Miniato e diversi altri istituti minori hanno evidenziato una quantità di problemi non ancora completamente risolti e smaltiti dal sistema. Che infatti si trova a dover ancora individuare una soluzione di stabile governance per il Monte dei Paschi di Siena, dal cui capitale il governo italiano dovrà uscire. Così come è tutt’altro che risolta la messa in sicurezza di Carige, anche se l’assemblea dello scorso 20 settembre rappresenta un punto importante verso il salvataggio. Ma quella che era la Cassa di risparmio di Genova è finita in mano, indirettamente, a tutti gli altri istituti bancari italiani che entro la fine del 2021 dovrebbero consegnarla a una holding controllata da una ottantina di banche di credito cooperativo. Una costruzione, l’unica possibile, che stride sia sotto l’analisi ideologica (un gruppo di cooperative che controlla una spa quotata), che dal punto di vista patrimoniale.

In questo contesto, con un’economia incapace di crescere a livello significativo e un governo formato da meno di tre settimane, il 27 settembre scorso la banca americana Morgan Stanley ha pubblicato un documento dedicato al sistema bancario italiano dal titolo: Can M&A finally happen? Ovvero, possiamo finalmente arrivare alle fusioni? Il documento, curato dall’equity analyst Antonio Reale, in 39 pagine ha scattato una serie di fotografie della realtà bancaria italiana, evidenziando come sia troppo presto per trovare un partner al Monte dei Paschi e sottolineando come la fusione tra Ubi e Banco Bpm rappresenti invece una opportunità per ottenere sinergie di costi. Sull’onda della moral suasion esercitata della Banca centrale europea, a favore di un consolidamento del sistema italiano, avvallata anche da alcune timide dichiarazioni del neo esecutivo, l’ipotesi di studio elaborata da Morgan Stanley ha preso quota. Ma Banco Bpm e Ubi, oggi terza e quarta banca italiana sono davvero pronte per una fusione? Il percorso compiuto negli ultimi anni sembra dire il contrario. Banco Bpm, che nello specifico ha dovuto digerire dal lato veronese la «fusione col buco» della Popolare di Lodi e ha vissuto la disavventura di Italease, conclusasi solo nel 2015, mentre dal lato milanese ha dovuto porre rimedio a una governance paralizzante, in mano a organizzazioni che di sindacale avevano solo le sigle, dall’annuncio della fusione che ha dato vita al gruppo attuale ha pressoché dimezzato il proprio valore di mercato. E i risultati di bilancio sono inferiori agli annunci.

In Ubi si è appena assistito a un rimescolamento importante sul piano della governance e c’è chi fa arrivare la voce che una simile fusione potrebbe realizzarsi solo con impatto zero sul capitale. È possibile? Al proposito abbiamo provato a evidenziare le possibili conseguenze di questa fusione, con le due tabelle in pagina. Nella più piccola si vede come, sulla base dei dati al 30 giugno scorso, l’eventuale unione di Banco Bpm con Ubi determinerebbe un ritardo negli accantonamenti di copertura tale che richiederebbe un aumento di capitale, a seconda del grado di copertura che si voglia dare alla nuova entità, che varia tra i 2,471 miliardi di euro, per allinearsi al campione delle banche osservate, e arriva ai 3,61 miliardi di euro, se si volesse allinearsi ai migliori tre del campione. Chi è pronto a mettere mano al portafoglio? La maggioranza degli attuali azionisti verrebbe penalizzata. Come penalizzati sarebbero i dipendenti. Il tutto senza considerare l’obiezione più importante: le sinergie di costi non sono sufficienti per garantire il futuro al sistema, serve spostare l’attenzione sul fronte dei ricavi. Con tutte le difficoltà del caso. La indiscriminata cessione a società esterne degli Npl, se in un primo momento ha contribuito a sanare delle situazioni, ha sempre richiesto dei paralleli aumenti di capitale a copertura dell’attivo economico. È opportuno continuare su questa strada a questi ritmi? Se poi le cessioni degli Npl si allargano agli Utp, in sostanza cedendo non solo le partite che coinvolgono aziende decotte e fallite, ma anche quelle in iniziale difficoltà, la banca finisce con il perdere professionalità molto importanti, soprattutto finendo con l’amplificare il distacco già esistente tra istituti di credito, imprese e tessuto sociale. Il progetto Banco Bpm-Ubi ha dunque un grande valore: aver evidenziato tutte le difficoltà ancora presenti nell’intero sistema.

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