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Banco-Bpm, terzo polo del credito

L’eterno cantiere bancario italiano ha messo almeno una colonna al suo posto. Gli organi sociali hanno approvato la fusione tra il Banco popolare e Bpm, che darà vita al terzo polo nazionale. Malgrado gli ultimi dissidi tra i meneghini – una tradizione decennale -, che faranno uscire di scena l’economista e presidente della sorveglianza Nicola Rossi, l’organigramma di vertice è confermato: si chiamerà Banco Bpm, avrà sede legale a Milano e amministrativa a Verona, governance basata su un cda composto di (ben) 19 membri. Presidente sarà Carlo Fratta Pasini, ad Giuseppe Castagna. La Bce ha 90 giorni per dire sì alla fusione, ma prima vuol vedere Verona ricapitalizzarsi per 1 miliardo: l’operazione dovrebbe partire il 6 giugno e si prevede con sconto adeguato, per farla digerire a un mercato ostico. Potrebbero esserci defezioni tra i soci veronesi, e quote inoptate, comunque garantite da un folto consorzio. I pesi futuri sono però già decisi: 54% ai soci veronesi, 46% ai milanesi.
Lo stesso 6 giugno rischia di dover partire anche la ricapitalizzazione sul mercato di Veneto banca. Che ha in comune con il Banco veronese, oltre al valore di 1 miliardo, di essere imposta dalla vigilanza Bce, e il fatto che si vorrebbero evitare i rischi di turbolenza borsistica che la Brexit porterebbe (la Gran Bretagna vota il 23 giugno, e nessun banchiere gradirebbe un’operazione aperta sul mercato poco oltre quella data). Sembra che i primi riscontri del premarketing condotto dall’ad Cristiano Carrus e dall’advisor Banca Imi abbiano fatto vedere caute disponibilità a comprare le azioni Veneto. Tuttavia restano elevate le chance che il mercato non si beva l’emissione Veneto, per le stesse ragioni per cui non bevve quella di Vicenza: i multipli valutativi non convincono gli investitori istituzionali. Anche se il prezzo dell’emissione in cantiere non è ancora formato, è probabile che la valutazione non sarà molto inferiore al 33% del patrimonio netto tangibile, livello non distante da quello delle principali rivali più blasonate e già quotate (ad esempio Ubi, o Unicredit), e pertanto “preferite” alla matricola Veneto.
Simile ragionamento non lo fanno solo i gestori di fondi, ma anche alcuni banchieri ex popolari che la riforma Renzi chiama a crescere e aggregarsi. A Ubi e Bper, per esempio, il dossier Veneto potrebbe interessare: ma qualora l’aumento se lo sobbarcasse il fondo Atlante, un loro subentro ipso facto al titano come compratori è dato per improbabile. Senza una preventiva ripulitura degli attivi di Veneto banca, si ritiene difficile che spunti un compratore, sia una banca o un fondo chiuso. I banchieri, insomma, vorrebbero che Atlante facesse il “lavoro sporco” su Veneto: comprare il miliardo di azioni, svalutare crediti e attivi e poi venderla a prezzi scontati. Un po’ come per le good bank salvate lo scorso novembre: capitalizzate dal Fondo di risoluzione per 1,8 miliardi e che entro il 30 settembre saranno cedute (a cifre, tutti stimano, dimezzate). Ma il nuovo consorzio ci starà a fare la parte dell’ufficiale pagatore? La domanda mette alla prova i rapporti tra i quotisti di Atlante (Unicredit e Intesa Sanpaolo in cima) e il team dei gestori di Quaestio Sgr.
Sullo sfondo resta la successione di Federico Ghizzoni in Unicredit. Anzi, è un problema più grande data la sua rilevanza “sistemica”. Ieri la banca, cui S&P ha confermato il rating BBB- con prospettive stabili, ha reso noto l’avvio dei lavori per trovare uno o più “cacciatori di teste”, che «il comitato nomine del 1° giugno», dovrebbe scegliere. Un primo passo di un percorso che sarà lungo: perché la Bce vorrebbe una rosa di una decina di nomi, e un processo di ricerca ampio e minuzioso. Niente accordi al buio quindi. La battaglia di potere tra soci stabili – e tra pochi aspiranti – durerà almeno un mese.

Andrea Greco

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