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Banco-Bpm, le condizioni Bce «Pulizia dei crediti e board snello»

MILANO

I segnali da Francoforte che mercoledì gli esponenti della Banca d’Italia Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza, e Fabio Panetta, membro del supervisory board della Bce, hanno riportato ai ceo di Bpm e Banco Popolare non hanno lasciato intravedere una strada in discesa per la fusione tra i due istituti. Tutt’altro.
A Giuseppe Castagna (Bpm) e Pier Francesco Saviotti (Banco) è stato spiegato che l’operazione va ancora limata. Due settimane di confronto dopo il summit del 9 febbraio a Francoforte non sono dunque bastate. E i tempi sono destinati ad allungarsi. Ma la volontà di tutti di arrivare a una soluzione c’è. «Non ci sono nodi», ha spiegato ieri Castagna, «Stiamo tutti sperimentando una prima volta, sia noi che la Bce che ha tante giurisdizioni».
Secondo più fonti coinvolte nel dossier, la Bce non gradirebbe l’idea che una volta fuse le banche in una nuova entità unica, si ricrei una Bpm spa autonoma, anche solo per un periodo di tre anni: per gli uomini di Francoforte è un fatto controintuitivo. Ma l’autonomia della Bpm è stata proposta per ragioni storiche e di equilibri nell’azionariato, ancora popolare. I sindacati, che in Bpm hanno grande peso, hanno detto chiaramente che senza la certezza dell’autonomia sarà dura far passare la fusione in assemblea. È proprio su queste argomentazioni che i due banchieri e Via Nazionale vogliono fare leva per strappare una concessione alla Bce.
Altro tema caldo, le sofferenze bancarie. È vero che, singolarmente, sia Bpm sia Banco Popolare hanno superato gli esami «Srep» e hanno capitale oltre i minimi fissati dalla stessa Bce. Ma è anche vero che Francoforte valuterebbe la nuova entità in maniera unitaria. Come tale, la mole di crediti deteriorati netti (3,6 miliardi Bpm, 14 miliardi il Banco) rispetto al patrimonio post fusione richiede una correzione. I due istituti hanno proposto un piano pluriennale ma Francoforte vuole tempi più stretti (si parla di 2 anni ma non ci sono numeri precisi) che però, secondo alcuni analisti, rischiano di mettere in tensione la superbanca: «Non riteniamo sia necessario un aumento di capitale — ha ribadito ieri Castagna — ma non è una sfida (alla Bce, ndr ). È la ragionevolezza che l’operazione possa essere fatta senza, il business plan non la prevede». Un punto di incontro potrebbe essere un periodo di 3 anni.
Gli altri aspetti non sono anch’essi di poco conto: non piace alla Bce il board a 19, né l’assegnazione dei posti nel consiglio in base alla provenienza (Bpm o Banco), o la conferma delle sedi operative decentrate come Lodi e Novara.

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