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Banco-Bpm, altri ritocchi Ultimo tentativo sugli Npl

Servirà ancora del tempo, e non si sa quanto, per conoscere la posizione della Banca centrale europea sul progetto di integrazione Banco Popolare-Bpm. Nonostante il fatto che da Francoforte non sia ancora arrivato il via libera potrebbe sembrare un cattivo presagio, «si lavora, auspicabilmente fino a quando non si troverà una soluzione», secondo quanto ha riferito alle agenzie un consigliere di Piazza Meda all’uscita dalla riunione mattutina di ieri del Consiglio di Gestione. Ma intanto, si apprende da un’altra fonte presente al consiglio, ieri si è concordato su un altro punto: alla banca servono certezze in tempi rapidi e nel caso in cui non dovesse arrivare l’atteso semaforo verde entro un paio di settimane, ci sarà da lavorare al più presto sul piano B. Quale? Troppo tardi, ormai, per valutare un nuovo (o vecchio) progetto di integrazione, che richiederebbe una gestazione minima di diversi mesi obbligando così a rimandare al 2017 qualsiasi ipotesi. A Piazza Meda quindi non resterebbe che la trasformazione in Spa entro l’anno e il successivo percorso stand-alone.
Un passo indietro. L’altroieri, come noto, il ceo di Bpm e quello di Banco Popolare, Giuseppe Castagna e Pier Francesco Saviotti, si sono recati a Francoforte in Bce con in vertici di Banca d’Italia per fare il punto sul dossier. La riunione, secondo quanto ha riferito ieri Castagna in Consiglio di Gestione, non si è conclusa con un «sì» o con un «no», ma neanche con un’indicazione precisa sui tempi con cui arriverà la valutazione; a Milano e Verona si spera che ci sia da aspettare al massimo una decina di giorni, anche perché le altre scadenze si avvicinano: l’assemblea del Banco Popolare è fissata al 19 marzo, e prima di quella data si dovrebbe comunque avere un’indicazione chiara dei prossimi passi, in un senso o nell’altro, per darne conto ai soci. L’altra data cerchiata di rosso sul calendario è quella del 30 aprile, quando è stata convocata l’assemblea dei soci di Bpm. Un’assise, quella di fine aprile, che dovrà anche rinnovare il Consiglio di Sorveglianza.
Di qui alla fine della settimana prossima i vertici delle due banche, insieme agli advisor, si incontreranno nuovamente per mettere a punto una serie di integrazioni al progetto di fusione già presentato a Francoforte. Si tratterebbe di una sorta di “fine tuning” del piano, condotto con l’obiettivo di suffragarne la validità industriale. Tra i punti sotto osservazione c’è soprattutto quello relativo alla gestione delle sofferenze. Francoforte vuole che il futuro gruppo bancario presenti ratio paragonabili a quelli dei top player di settore, anche perché si creerebbe il terzo gruppo bancario dopo Intesa Sanpaolo e UniCredit. In ballo ci sono in particolare 8 miliardi di sofferenze che, secondo la proposta delle banche, dovrebbero essere smaltiti nel giro di due anni e mezzo. Le banche propongono di compensare le minusvalenze derivanti dalle cessioni dei non performing loans con il cash flow atteso e i benefici derivanti dall’adozione dei modelli avanzati sull’intero portafoglio crediti (oggi appannaggio solo del Banco Popolare). Fuori discussione, invece, è l’eventualità del ricorso a un aumento di capitale che sia Castagna sia Saviotti hanno pubblicamente escluso.
Francoforte, da parte sua, vuole avere certezze sui tempi di smaltimento e sulla solidità patrimoniale del futuro colosso. I manager delle due banche e gli advisor sono al lavoro su questo aspetto, e nei prossimi giorni potrebbero esserci nuovi elementi da sottoporre all’attenzione di Francoforte. Tuttavia non è detto che si riesca a trovare una soluzione condivisa con la Vigilanza. E a quel punto l’operazione di fusione rischierebbe di impantanarsi definitivamente.

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