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Banchieri popolari, ma non troppo

Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nelle sue recenti Considerazioni finali è stato chiarissimo: la governance di alcune banche popolari può risultare inadeguata quando queste si trovano a operare a livello nazionale o sono partecipate da investitori stranieri o sono quotate in Borsa.
Una posizione che la lobby delle popolari ha sempre respinto con decisione. L’affondo di Visco è stato interpretato come un incoraggiamento al cambiamento per la Banca Popolare di Milano. Ma la questione esiste anche per le altre, che — da un rapido giro d’opinione che trovate sintetizzato a lato — hanno subito alzato le barricate. Tutte le quotate sono contrarie alla trasformazione in SpA, salvo Ubi che annuncia una posizione neutra («deve decidere il legislatore»), con due sole voci fuori dal coro, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca.
Pop Milano
La situazione in Piazza Meda è molto complessa. Le finestre chiudono male, gli spifferi sono ovunque, tanto che anche la banca centrale ha dovuto nei mesi scorsi richiamare a una maggiore attenzione nei riguardi delle fughe di notizie. Secondo una delle ultime, il consiglio di Sorveglianza potrebbe essere ridotto da 19 a 13 membri, di cui 7 eletti dagli affezionati Amici, 5 dai fondi di investimento e uno in carico a Cr Alessandria. Questa (o un’altra) variazione di governance, più aperta al mercato, potrebbe trovare realizzazione già dopo l’estate, con un’assemblea che cambi lo statuto attuale. Prima di allora però ci sarà l’appuntamento del 22 giugno, quando i soci voteranno l’aumento di capitale necessario alla restituzione dei Tremonti bond. E tra il 22 giugno e l’auspicato inizio dell’aumento (settembre-ottobre) potrebbe collocarsi la nuova assemblea per la modifica dello statuto. Il 22 giugno sarà anche l’occasione per integrare i 4 consiglieri che si sono dimessi ed eleggere il nuovo presidente del consiglio di Sorveglianza. Proprio sul presidente — tra i candidati c’è l’ex ministro di Grazia e Giustizia ed ex presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick — vi sarà una prima verifica sulle intenzioni riformiste dell’assemblea.
Il fronte
Le popolari fanno fronte comune e tendono a isolare il «caso Bpm». Ettore Caselli, presidente di Bper evidenzia come a Modena siano «orgogliosi dell’aggettivo popolare che figura nella ragione sociale di Bper» e ritengono «che la forma cooperativa sia la più adeguata per mantenere e rafforzare quel ruolo di banca dei territori che è un fattore determinante di successo». Mentre Piero Melazzini, da Sondrio, evidenzia come «non vi sono ragioni per una variazione dell’attuale assetto».
Fuori dal coro
A pensarla diversamente sono in due, veneti, non quotati (un caso?). Vincenzo Consoli, amministratore delegato di Veneto Banca cita i numeri del sistema, ed evidenzia che «lo spirito mutualistico ottocentesco, si è evoluto nel tempo, trasformandosi in valorizzazione del territorio, impegno sociale e attenzione alle pmi». Eppure si dice convinto, che «alcune cose devono essere cambiate, per favorire l’entrata di fondi istituzionali e per individuare nuove forme di partecipazione del socio, anche se il modello resta valido ed è per questo che spero che il riferimento del Governatore fosse riferito al caso specifico della Bpm».
Concretissimo Gianni Zonin, presidente della Pop Vicenza: «non abbiamo mai pensato di quotarci e riteniamo enormi i meriti di questo sistema di governance negli ultimi 150 anni. Ma siamo anche d’accordo con il Governatore sulla necessità di modernizzare i nostri istituti, specie quelli grandi e quotati. Bisogna guardare avanti e arrivare a una compensazione tra l’attività storica senza precludere l’entrata di nuovi capitali, specie se rilevanti. Penso a un consiglio unico, dove possano convivere da un lato gli interessi di tutti i soci che votano con il capitario e dall’altra gli interessi dei portatori di grandi pacchetti azionari. Sarebbe una grande spinta per il nostro mondo che andrebbe accompagnata dalla possibilità di controllare azioni ben oltre i limiti attuali, fino al 3-5 per cento». Parrà strano, ma tra le popolari si parla di cambiamento.

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