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Banchieri, gli stipendi su del 36% e ci sono 1136 poltrone da tagliare

È suonata l’ora del riassetto forzoso per l’Italia bancaria? I messaggi del governatore Ignazio Visco fanno rumore, a due giorni dal convegno su governance e prudente gestione con i principali banchieri. Nel day after emerge preoccupazione tra i vigilati, perché dietro l’esortazione del governatore a semplificare le strutture, abbattere i costi operativi e le pletoriche rappresentanze nei consigli – pur aumentando l’attività di supervisione rischi e controllo – non è l’auspicio di sobrietà del controllore, c’è l’urgenza di cambiare per sopravvivere a un contesto fattosi improbo.
Qualche numero. I primi dieci gruppi bancari italiani si reggono su 1.136 cariche amministrative. Posti da centinaia di migliaia di euro, quando non milioni: uno studio Uilca sui bilanci 2011 dei primi 11 istituti evidenziava un monte compensi di 26 milioni per gli 11 ad (+36% dal 2010), e di 9,6 milioni per gli 11 presidenti (+5,5%). Non sono le cifre stratosferiche degli anni di bolla 2005-2007, ma si tratta pur sempre di 85 volte i salari del bancario medio (il rapporto era 62 nel 2010 e 107 nel 2007). E sono somme non scalfite, costanti, dopo cinque anni di crisi, mentre molte di queste banche azzeravano i profitti con una redditività media scesa al 2-3%. Ma non è solo un problema di costi, o di estetica delle retribuzioni. Gli amministratori bancari, che Visco ha bollato martedì (seconda volta) come “pletorici”, sono un rischio per la sana gestione, perché muovono e sono mossi da un network di interessi potenzialmente pericoloso per chi eroga credito. Conflitti in parte richiamati da Luigi Zingales, il bocconiano docente all’Università di Chicago. In un pungente intervento al convegno di martedì Zingales ha chiesto a Giovanni Bazoli quando Intesa Sanpaolo avesse perseguito, come il suo presidente rivendicava, «interessi generali piuttosto che massimizzare il profitto». In assenza di risposta, Zingales ha squadernato il salvataggio di Alitalia, in cui Intesa Sanpaolo «è stata consulente del governo, compratore dell’Alitalia e creditore di Air One, che Alitalia ha comprato».
È evidente, agli investitori come alla vigilanza, che in un tempo in cui il costo medio del credito è salito a circa 100 punti base, pareggiando il margine di interesse, non è sostenibile mantenere rapporti tra costi e ricavi tra i massimi in Europa (il 67% per le italiane quotate, sopra il 70% per le banche minori). Va detto che Intesa Sanpaolo, maggior gruppo del paese con 5.579 agenzie, ha da mesi avviato il cantiere delle semplificazioni/ristrutturazioni: giorni ha fuso la Biis (banca infrastrutture) nella Divisione imprese, e sistemato le filiali non toscane di Carifirenze. Fatto ciò, Intesa continua a operare con 12 banche commerciali, ognuna con cda, direzioni generali e gelosie di campanile. La madre delle fusioni tra Torino e Milano non ha, insomma, dispiegato tutte le sue sinergie, e l’attuale congiuntura impone «sforzi aggiuntivi». Il rischio è che gli effetti ricadano su migliaia di dipendenti del settore, circa 20mila quelli oggi coinvolti da processi di mobilità, molti di più quelli che rischiano di rivelarsi superflui nel sistema bancario prossimo venturo.

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