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Banchieri a favore del progetto di sistema Messina (Intesa): sì con una quota del 20%

Il sostegno economico c’è, ma anche quello morale: piaccia o no, tra i banchieri italiani c’è la consapevolezza che del fondo Atlante oggi non si può fare a meno. Non a caso, le dichiarazioni – poche – sono a favore dell’operazione pensata da Governo, Bankitalia e Cdp.
Dichiarazioni sobrie, peraltro: osannare il fondo significherebbe ammettere di averne bisogno, mentre una critica suonerebbe come una (pericolosa) frecciata a chi l’ha messo in piedi. Sta di fatto che qualche perplessità permane, soprattutto quando si parla di ritorni promessi e sostenibilità, ma soprattutto un paletto: le spalle di Atlante non potranno reggere il peso di aumenti e non performing loans se non si interverrà in modo significativo sulle norme per il recupero delle garanzie sui crediti deteriorati. Il preannunciato decreto (si veda l’altro articolo in pagina) serve, serve subito e serve che sia coraggioso: non a caso qualche banca, addirittura, avrebbe subordinato il proprio impegno al varo delle nuove regole. Ridurre i tempi del ripossesso degli immobili a garanzia dei crediti significherebbe aumentare in automatico il valore degli stessi crediti, permettendo così di aumentare la redditività prospettica dell’investimento nel fondo che sta per essere varato. Ogni due anni di assottigliamento dei tempi di recupero varrebbero, secondo i calcoli di Mediobanca Securities, un aumento del valore dei crediti del 10-12 per cento.
Il primo a esporsi, quando il progetto era ancora in fase di gestazione, era stato il ceo di UniCredit, Federico Ghizzoni: «Noi lo guardiamo con favore se il beneficio non sarà per una banca o due, ma per l’intero sistema bancario italiano», aveva dichiarato giovedì scorso, quasi ad allargare la prospettiva rispetto all’urgenza della Popolare di Vicenza, dove UniCredit è esposta come garante unico e – senza Atlante – avrebbe corso il serio pericolo di doverla incorporare.
Ieri, invece, è stata la volta di Intesa Sanpaolo, che le cronache ufficiose di questi giorni di intense trattative danno inizialmente fredda, poi motivata ma solo sul fronte Npl e infine convinta a sottoscrivere l’intero pacchetto. Pur a fronte – appunto – di specifiche condizioni: «Per recuperare un credito in sofferenza i tempi sono scandalosi, sette anni sono inaccettabili. È necessario scendere a tre», ha dichiarato ieri il ceo Carlo Messina. Ottimista sugli aumenti («Sono convinto che il fondo no dovrà prenderne in carico il 100%»), scettico sul ricorso al debito («Non mi fa impazzire che il fondo Atlante lavori con la leva, se ci sarà dovrà essere limitata»), Messina ieri ha sottolineato l’ineluttabilità dell’operazione: «Non c’è la possibilità che Intesa Sanpaolo se ne possa disinteressare. I più forti non rimangono fuori, perché c’è una interconnessione nel mondo del risparmio che tocca tutti gli operatori, specialmente in un mondo in cui esistono regole collegate, come il bail in».
Intesa, come noto, dovrebbe intervenire con il 20%, che tradotto equivale a un impegno fino a 1,2 miliardi, che però non risulta ancora essere stato approvato dal Consiglio di Gestione. A UniCredit, dove l’amministratore delegato giovedì scorso ha ricevuto un mandato esplorativo dal board, toccherà un ticket da circa un miliardo, poi verrà Ubi con 200 milioni, o forse qualcosa in più.
Com’era accaduto con il piano salvabanche di novembre, il ceo Victor Massiah ha partecipato direttamente a tutta la trattativa, dunque va da sè il sostegno morale oltre che economico da parte del gruppo. Ma anche nella ex popolare si guarda con estrema attenzione all’evoluzione del quadro normativo: in Ubi, reduce da una cessione di npl al 39% del valore facciale, si è convinti che le potenzialità siano enormi su questo versante, e si punta a godere delle condizioni per sfruttarle.
Chi avrebbe preso parte alle prime riunioni preparatorie, non senza una certa dialettica, è Mediobanca: ora anche Piazzetta Cuccia sembra guardare con interesse al progetto, ma – con il fatto che già si occupa di aumenti e non ha masse significative di Npl da smaltire – non sarà della partita.
Così come potrebbero tenersi fuori, per lo meno in una prima fase, le grandi banche a controllo estero: le perplessità, in alcuni casi forse un po’ accentuate, sono le stesse degli istituti italiani, ma in questo caso c’è bisogno di una moral suasion sulla capogruppo che oggi parrebbe tutt’altro che agevole.
Di sicuro il tema è all’ordine del giorno anche delle altre banche medie, che potrebbero vedere alleggerito il loro fardello di sofferenze. Diversi istituti in queste ore stanno valutando la bontà del progetto e il possibile ritorno dell’investimento, così da poter portare il dossier sul tavolo del Cda per l’approvazione definitiva (la scadenza per tutti è il 28 aprile).
È evidente tuttavia che l’analisi difficilmente si fermerà solo al tasso di interesse prospettato. In gioco c’è la possibile rivalutazione dei prezzi dei crediti in sofferenza, oggi pesantamente svalutati dopo il salvataggio delle quattro banche. Per questo l’interesse delle banche chiamate a partecipare al capitale è direttamente proporzionale all’esposizione agli Npl. Senza dimenticare che, a fronte di un miglioramento del clima, ed è questa la speranza di chi promuove il progetto, si potrebbe assistere a un apprezzamento teorico dei multipli di valutazione delle banche, oggi pesantemente penalizzati.Un enorme beneficio che riguarderebbe insomma l’intero settore.

Luca Davi
Marco Ferrando

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