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Il banchiere è mobile Giri di poltrone sempre più veloci

Enrico Cuccia, al momento di prendere la guida di Mediobanca, ricevette da Raffaele Mattioli in dono un tagliacarte con un biglietto: «Durezza e taglio uralici per i prossimi quarant’anni». Una raffigurazione del mestiere di banchiere rispettata nell’istituto costituito nel 1946 per accompagnare l’Italia nella ricostruzione. Ma che nel nostro Paese non è stata di frequente la via maestra. Come dimostrano l’esplosione delle sofferenze e la diffusione di numerosi «casi particolari» che hanno rivelato intrecci fra localismo e interessi privati. Ebbene, il mix costituito da un lato da dossier specifici e dall’altro da crisi economica, tassi-zero e tramonto di modelli di business che regolatori, tassi e tecnologia obbligano a ripensare, ha favorito numerosi cambi di vertice nelle banche.

La svolta di questi giorni al Montepaschi, che ha luogo comunque dopo un faticoso lavoro di ristrutturazione compiuto anzitutto da Fabrizio Viola, in Mps dal 2012, è l’ultimo esempio. Il «film» senese è fra i più significativi perché l’istituto, unico con forte presenza statale, costituisce un problema irrisolto che gioca a sfavore della fiducia dei mercati sull’intero nostro sistema creditizio. Capitale, crediti deteriorati, assetti azionari: un «pacchetto completo» di temi che, pur con un piano già approvato dalla Bce, ora passa alla nuova guida della banca, Marco Morelli.

Argomenti che, in termini certo diversi per dimensioni, «tensioni» e storia (Mps è un caso a sé) non sono stati estranei all’avvicendamento di maggio-giugno in Unicredit con l’addio dopo sei anni di guida di Federico Ghizzoni e la scelta di affidare il timone dell’unica banca italiana sistemica a Jean-Pierre Mustier, ex SocGen ed ex Unicredit, dove era stato capo dell’investment banking dal 2011 al 2014. Ora gli impegni prioritari per il primo capoazienda bancario crossborder sono rappresentati da capitale e dismissioni e da un ri-orientamento geografico e di business.

Vicende di tutt’altra taglia e significato strategico riguardano il cambio della guardia che si è verificato in Carige poco prima, in marzo. Il match fra i fondi di private equity Apollo e Vittorio Malacalza, primo socio con il 17,5% circa, si è chiuso con la vittoria di quest’ultimo che ha collocato al timone il top manager di Sator-Banca Profilo Guido Bastianini e alla presidenza Giuseppe Tesauro.

Le svolteDa Carige è uscito invece Piero Luigi Montani, approdato a Genova dalla fine del 2013 dopo aver guidato per quasi due anni Bpm. Al suo posto nella banca milanese, dove ha cercato (per due volte) di imprimere una svolta Andrea Bonomi, è arrivato agli inizi del 2014 Giuseppe Castagna, ex capo della Banca dei Territori di Intesa. Che ora, con Pier Francesco Saviotti, è protagonista del matrimonio con il Banco Popolare, che alcuni avrebbero voluto allargato anche a Ubi, l’istituto guidato da Victor Massiah. E proprio da quest’ultima banca nel maggio 2015 è uscito il direttore generale Francesco Iorio, chiamato a guidare la Popolare vicentina da Gianni Zonin al posto di Samuele Sorato. Dopo gli scandali che hanno travolto l’istituto il nuovo azionista totalitario, il fondo Atlante che ha sottoscritto l’aumento di capitale e operato così il salvataggio, quest’estate ha confermato Iorio e nominato Gianni Mion alla presidenza e Salvatore Bragantini vice.

All’elenco di svolte in banca ne vanno poi aggiunte almeno altre tre: il difficile incarico assunto da Roberto Nicastro, ex Unicredit, chiamato a fine 2015 da Bankitalia per risolvere il dossier dei quattro istituti posti in risoluzione (Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti); il passaggio nel novembre 2015 di Andrea Munari, vicepresidente di Borsa Italiana con curriculum in Intesa e Credito Fondiario, alla guida di Bnl, dopo che Fabio Gallia è andato in Cdp; l’avvicendamento in Bper che nell’aprile 2014 ha portato Alessandro Vandelli a prendere il timone al posto di Luigi Odorici.

Una lunga serie di cambi al vertice che, compresi i casi particolari, sarebbe sbagliato non inscrivere anche in un processo generale di cambiamento che, dopo la grande crisi, sta rivoluzionando banche e banchieri: le uscite di Alessandro Profumo da Unicredit nel settembre 2010 e di Corrado Passera da Intesa nel 2011 hanno sancito la fine dell’epoca delle grandi aggregazioni post privatizzazioni; la scelta di affidare il timone di Unicredit a Ghizzoni e, dopo la parentesi rappresentata da Enrico Cucchiani, l’ascesa di Carlo Messina in Intesa vanno già inquadrate nel periodo di riscrittura dell’industria del credito. E ora, nell’era della Bce, degli stress test e dei tassi-zero gli obiettivi sono definiti dalle soluzioni per gestire il capitale, dividendi compresi, sviluppare nuove fonti di ricavi a fronte di un sempre più sottile margine d’interesse, comprimere costi e individuare nuovi modelli di business basati sulla tecnologia.

Meno marginiDal 2008 i ricavi delle top banche italiane retail sono passati, secondo l’Area studi Mediobanca, da 66,2 a 57 miliardi con il contributo del margine d’interesse calato dal 67,3 al 51,5%. Sempre le banche più grandi hanno deliberato nel 2007 la distribuzione di dividendi per 10,4 miliardi e, dopo lo stop del 2008, l’ammontare si è attestato fra 1 e 2 miliardi per risalire a 3,4 nel 2015 ma dei quali 2,3 riconducibili alla sola Intesa. La capitalizzazione dal 2006 è scesa da 247,3 miliardi a 77,2 e il peso del settore sul listino è passato da un terzo al 18,3%. Le sofferenze nette sono aumentate sugli impieghi dallo 0,86% a quasi il 5%. Cifre che fanno impressione e spingono a rinnovare vertici e strategie.

Durezza e taglio «uralici» restano indispensabili. Ma al nuovo banchiere tocca anche uno stage fra Amazon e Silicon Valley.

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