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Da banchiere centrale a uomo della ricostruzione

Rapidità, celerità, velocità «sono cruciali». E l’approccio dello Stato deve essere «forte e immediato», «con un cambio di mentalità come accade in tempo di guerra». E dove «il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale». Sono queste parole e concetti chiave scritti da Mario Draghi nel marzo del 2020 in un op-ed sul Financial Times, in quello che è diventato il suo vademecum ai politici su come affrontare l’emergenza pandemica. La crisi del coronavirus era scoppiata da poco e i governi di tutto il mondo brancolavano nel buio. Draghi indicò la sua strada, che poi è stata quella praticata da tutti gli Stati dell’area dell’euro. A distanza di un anno, l’emergenza è rimasta pressoché tale in Italia, sotto il profilo sanitario, economico, sociale e in ultimo persino politico. Ma anche il manuale Draghi anti-Covid, dalla penna di un crisis manager acclamato su scala mondiale, non è cambiato a distanza di un anno: «rapidità, celerità, velocità» scandiscono anche ora i tempi pandemici dell’intervento di Stati e governi «La rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle azioni dello Stato».

Come presidente della Bce, Draghi ha lasciato un segno indelebile sui mercati, perchè era un banchiere centrale che si muoveva in anticipo, “ahead of the curve”, avanti la curva. Decise in poche ore di smantellare la politica monetaria restrittiva di Trichet, tagliando i tassi appena arrivato ai piani alti della Bce nel novembre 2011. Ora la curva che è stato chiamato a domare è quella dei contagi del coronavirus. Ma il metodo-Draghi non cambia: pragmatismo, tempismo, leadership, competenza, lungimiranza.

La prima frase di quell’op-ed, che fu rivolto al mondo intero perchè la pandemia non conosce confini, l’ex numero uno della Bce può riscriverla oggi tale e quale: «la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi». La gestione dell’emergenza sanitaria resta in cima alla lista delle priorità, come ieri ha detto Draghi illustrando agli italiani la sua agenda.

Un’altra preoccupazione che Draghi aveva un anno fa e che resta è quella di «intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura», dove «il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire». E con questo prioritaria è la tutela dei lavoratori dalla perdita del lavoro. Nel marzo 2020 Draghi sollecitò il sostegno immediato alla liquidità su vasta scala, mobilitando in ogni modo l’intero sistema finanziario. Ora la liquidità che va usata e bene, come ha indicato ieri, è quella dei fondi europei.

Draghi scrisse nell’op-ed che la velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private deve «essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune». E il 2021 si presenta come l’anno dell’impennata delle sofferenze bancarie. Secondo Ignazio Angeloni, ex membro Supervisory Board della Bce e ora Research Fellow ad Harvard, tuttavia «banche e NPLs non sono una priorità di Mario Draghi in questo momento. Draghi deve affrontare adesso altre emergenze a cominciare da quella sanitaria, tra vaccinazioni e fine delle restrizioni. L’ondata delle sofferenze bancarie non è ancora arrivata, sul sistema bancario, o quanto meno non si vede: l’ultimo dato sul rapporto sofferenze/totale attivi è in calo. E la bad bank europea non esiste, la Commissione incoraggia la creazione delle bad banks nazionali ma nessuno Stato nell’area dell’euro le ha fatte finora per timore dello stigma: nessuno Stato vuole segnalare l’esistenza del problema delle sofferenze, per non dare l’idea di un sistema bancario meno solido». In quanto alla lievitazione del debito pubblico, che lo scorso marzo nell’emergenza per Draghi non era un problema prioritario, secondo Angeloni resta sul tavolo, ma è «un problema gestibile e superabile con un potenziamento della crescita nella ripresa post-Covid investendo bene i fondi europei. Ecco perché penso che il piano sul Recovery fund è una delle priorità di Mario Draghi: servono progetti operativi, monitorabili, accompagnati da un’analisi puntuale dei costi e dei benefici, serve quello che ora non c’è. E Draghi troverà le persone giuste, con la competenza richiesta, alle quali affiderà la gestione del piano italiano per il Recovery Fund».

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