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Banche, vince il compromesso

Sì ai salvataggi bancari, anche se il compromesso risolutivo, per ora, resta a metà tra bail in e bail out. Salato dunque il saldo per azionisti e obbligazionisti subordinati, ma i conti deposito restano per ora del tutto al sicuro. Se il default di Banca Marche, Banca Etruria, CaRiFerrara e CaRiChieti sarebbe costato al fondo di garanzia dei depositi più di 12 miliardi di euro, il credito da 3,6 miliardi concesso ai quattro istituti in amministrazione straordinaria da un pool di banche finanziatrici è stato l’escamotage che ha permesso di arginare la contestazione europea (contraria agli aiuti di stato), consentendo una risoluzione rapida ed efficace. Il governo ha così sposato il progetto di una risoluzione alternativa, divisa tra il risanamento interno bancario e l’intervento esterno, anche se a pagare il conto più salato sono stati comunque azionisti e obbligazionisti senior.

Il quadro generale. Se dal 1° gennaio 2016 entrerà in vigore la norma sul salvataggio interno degli istituti del credito in difficoltà, il cosiddetto bail in (si veda altro articolo in pagina), ciò non toglie che l’autorità di risoluzione delle crisi bancarie continuerà ad avere a disposizione altri tre strumenti. Vale a dire: la cessione dei rami d’azienda a terzi, il trasferimento di un ramo d’azienda a un ente ponte e il trasferimento degli attivi deteriorati in una bad bank creata ad hoc. Mentre l’applicazione del bail in è ancora tutta da scoprire, un esempio concreto di come le risoluzioni alternative possano avere luogo è costituito dal recente salvataggio delle quattro banche in amministrazione straordinaria, per le quali il governo è ricorso in via eccezionale all’emanazione di un decreto legge, approvato domenica 22 novembre, che ha accelerato i tempi del risanamento, scongiurando il rischio di iniziare il mese di gennaio con quattro bail in.

La procedura. Nel trovare una soluzione che non contrastasse la normativa europea che vieta gli aiuti di stato agli enti finanziari privati, l’autorità ha predisposto che Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara godessero del beneficio della «banca cattiva», nella quale sono state fatte confluire gran parte delle difficoltà bancarie in pancia alle stesse. Soluzione che ha permesso di creare quattro nuovi istituti del credito, sollevati dall’onere del passivo e che hanno potuto garantire la continuazione dell’attività aziendale. A scontare le maggiori perdite, oltre ad azionisti e obbligazionisti subordinati (upper e lower Tier II), che si sono visti azzerare i propri titoli, sono stati i crediti in sofferenza, che hanno subito una svalutazione pari a circa 7 miliardi di euro (dagli iniziali 8,5 miliardi a 1,5 miliardi), al fine di agevolarne la vendita sul mercato. Tali crediti, ha specificato Bankitalia, «saranno venduti a specialisti nel recupero crediti o gestiti direttamente per realizzarli al meglio»; in cambio dei fondi, le finanziatrici riceveranno agevolazioni fiscali sulle imposte differite. Le attività sane delle banche in crisi sono confluite invece in quattro banche-ponte (aventi lo stesso nome delle precedenti quattro, ma ognuna precedute dal termine «nuova»), le quali, godendo del sostegno da parte del fondo di risoluzione, sovvenzionato a sua volta da fondi privati bancari (in attesa di capitalizzarsi), hanno potuto beneficiare di oltre 3,6 miliardi di euro (ben superiori ai 2 miliardi inizialmente previsti). A garantire immediatamente le linee di credito volte al salvataggio bancario è stato un pool composto dai tre maggiori gruppi bancari italiani, vale a dire Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi banca (1,7 miliardi circa dalla sola Intesa). Tale escamotage, architettato da Banca d’Italia e Mef, ha aggirato il vincolo posto dalla Commissione, che aveva bocciato l’idea di un sostegno diretto da parte del Fondo interbancario di garanzia dei depositi, ritenendolo non predisposto a un’azione di salvataggio bancario e assimilabile a un aiuto di stato.

Le linee di credito. Dei 3,6 miliardi, 1,7 sono stati impiegati nella copertura delle perdite (che ci si auspica di recuperare almeno in parte), mentre 1,8 miliardi sono andati alla ricapitalizzazione degli istituti, fondi che saranno recuperati attraverso la vendita delle nuove banche. Infine, 140 milioni sono stati concessi alla bad bank per garantirne l’operatività di base, seppur non possegga licenza bancaria. Le due linee di liquidità concesse saranno remunerate a tassi di mercato e avranno scadenza massima di 18 mesi: la prima di queste, la linea breve (circa 780 milioni a banca, per un totale di 2,35 miliardi), sarà rimborsata entro fine anno grazie al contributo di tutte le banche che verseranno la propria quota da 600 milioni prevista per il 2015, anticipando inoltre tre annualità e arrivando a totalizzare circa 2 miliardi di euro. La seconda linea di credito sarà invece rimborsata successivamente, quando le banche ponte (e i crediti deteriorati) saranno acquistate sul mercato da soggetti terzi. Per il pagamento di tali oneri, il governo ha previsto la revisione della disciplina fiscale, con pagamenti che dovranno essere computati nel bilancio bancario 2015. La presidenza di tutte e quattro le realtà bancarie rinnovate è stata messa in mano all’ex direttore generale di Unicredit, Roberto Nicastro.

Azioni, obbligazioni e crediti deteriorati. Nonostante l’ok della Commissione e l’affermazione da parte del governo di una soluzione che ha permesso di non spendere risorse pubbliche, non sembra totalmente corretta l’affermazione secondo la quale il salvataggio dei quattro istituti non sia costato nulla allo stato. Seppur non si sia arrivati all’applicazione del bail in, che avrebbe permesso all’autorità di risoluzione di rivalersi anche sui depositi sopra i 100 mila euro, azionisti e obbligazionisti senior si sono trovati nel portafoglio attività ridottesi a carta straccia. Questo, alla luce del fatto che per permettere una ricapitalizzazione delle banche era comunque necessario saldare prima le perdite in capo alle stesse, condizione a cui Banca d’Italia ha ovviato utilizzando, dopo il capitale azionario, le obbligazioni subordinate.

Considerando invece i non performing loans (crediti deteriorati), la svalutazione degli stessi si è complessivamente attestata tra il 75 e l’82% del totale del valore nominale. Tale taglio è dunque assimilabile a perdite, alle quali saranno applicabili le norme sui crediti per imposte anticipate (deferred tax asset), che potranno a loro volta tramutarsi in crediti Ires per le banche che si fanno carico di tali linee di credito, ovvero minori tasse per le stesse. La partita di giro, che si concretizza nel trasformare un non performing loan in credito Ires a favore degli istituti finanziatori, implica minori introiti per le casse statali, che si tradurranno quindi, presumibilmente, o in una diminuzione dei servizi per il cittadino, o in un aumento delle imposte per il contribuente, o in un incremento del debito nazionale, andando comunque a interferire con la sfera delle finanze pubbliche.

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