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Banche, vicino l’accordo con l’Ue

L’Italia guarda sempre più a Bruxelles per affrontare il problema dei crediti deteriorati delle banche, mentre a Londra arriva un premier conservatore al femminile, Theresa May, 26 anni dopo Margareth Thatcher. Un primo ministro donna contrario alla Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Ue che ha messo in luce le enormi difficoltà degli istituti di credito in tutta Europa, ma fermamente determinato a rispettare la volontà degli elettori e a fare sì, ha detto, che la Brexit sia una storia di succcesso. Mentre in Italia il premier Matteo Renzi, alle prese con una serie impressionante di nodi che giungono al pettine, ieri si è presentato al Corriere della sera (www.corriere.it) per un’intervista in streaming live con Beppe Severgnini che è servita in particolare a spegnere l’allarme sulla situazione delle banche italiane: «Vogliamo che i risparmiatori e i correntisti italiani siano al sicuro», ha dichiarato. «A mio giudizio il problema banche in Europa non riguarda quelle italiane. La questione del credito in Europa riguarda molti istituti. Sono molto più preoccupato dei derivati delle banche degli altri paesi, ed è questo il vero problema». Renzi, che ha parlato poche ore dopo l’arrivo del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a Bruxelles per il vertice dei ministri economici e finanziari dell’Eurogruppo e dell’Ue, ha spiegato che l’intesa tra l’Italia e la commissione Ue guidata da Jean Claude Juncker sui non performing loans delle banche tricolore è «a portata di mano». «Sono convinto che «un accordo compatibile con le regole attuali che metta al riparo dai problemi è assolutamente a portata di mano», ha sottolineato Renzi. Che ha aggiunto: «Ci sono tante questioni da risolvere, l’Italia non è diventato il paese in cui va tutto bene, ma non siamo più il malato d’Europa.Due anni e mezzo fa in tutti i colloqui internazionali tutte le volte il tema era: Italia e Grecia come sono messe? È cambiata la musica, abbiamo fatto la riforma del mercato del lavoro, 497 mila posti in più, è una novità straordianria: mezzo milioni di posti di lavoro in più. Se il Jobs act fosse stato fatto dieci anni fa saremmo stati meglio tutti». Certo è che il premier, ieri, in coincidenza con i sondaggi sul referendum costituzionale di fine ottobre-primi di novembre che danno i sì ormai in vantaggio di appena un paio di punti rispetto ai no, è stato costretto a chiarire il proprio pensiero sul cosiddetto spacchettamento, cioè sulla suddivisione del referendum in più quesiti chiesta da parte della maggioranza (in particolare da Ap) e soprattutto dalla minoranza del Partito democratico e da altri partitini che sostengono il governo. Una ipotesi alla quale Renzi ha opposto ieri un chiaro no, mentre sulla revisione dell’Italicum il pensiero del premier potrebbe essere tradotto più o meno così: la legge elettorale nuova c’è ed è stata approvata dal parlamento dopo che per anni non si è riuscito a trovare un accordo tra le forze politiche. Ora, chi vuole modificarla, si presenti con una maggioranza adeguata. «Quando siamo arrivati non c’era e noi abbiamo fatto una legge con cui chi arriva primo vince. A mio giudizio è un fatto positivo. Se il parlamento è in condizioni di farne un’altra si accomodino», ha detto il premier.

Giampiero Di Santo ed Emilio Gioventù

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