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Banche in via di guarigione

Qual è lo stato di salute delle banche italiane? Il quesito non è di casa solo tra i vertici degli istituti e nel mondo finanziario, ma assume un rilievo generale dato che dal credito bancario deriva oltre il 90% dei prestiti alle imprese e la quasi totalità dei finanziamenti alle famiglie della Penisola.

Il risanamento sembra lontano. L’ultimo a tracciare un bilancio nei giorni scorsi il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, secondo il quale per le banche italiane «è necessario fare di più». Ricordando come la fiducia verso il comparto sia calata nonostante diverse misure prese dal governo», per poi ricordare che «il settore continua a essere vulnerabile agli choc». Inoltre, «il sostegno che può dare a una graduale ripresa economica appare limitato e può diventare una fonte potenziale di effetti negativi per altri paesi della zona euro».

Insomma, i problemi restano e la stessa sensazione si ricava a leggere gli ultimi dati di bilanci. Un report dell’agenzia di rating Dbrs, che ha considerato i primi dodici istituti della Penisola, segnala che il 2016 ha visto una perdita aggregata di 15 miliardi di euro, contro un utile di 6 miliardi messo a segno dalle stesse banche nel 2015. Un crollo dovuto in buona parte all’aumento delle riserve, ai costi straordinari di ristrutturazione e alle svalutazioni. Le banche, a causa dell’inasprimento della regolamentazione e delle crescenti pressioni di mercato, stanno infatti assumendo misure straordinarie per ridurre gli stock di sofferenze e per ristrutturare i loro modelli di business. Quindi, l’opera di pulizia che ha messo in luce i problemi del passato non è un male in sé. Anzi può essere l’occasione per avviare la svolta. Dbrs segnala che per quest’anno le priorità sono il miglioramento della qualità dell’attivo e il livello di capitale che nel 2016 si è indebolito a causa delle perdite realizzate.

Le due big in salute. Il rimbalzo dei titoli bancari nelle ultime settimane sta a indicare un piccolo ritorno di fiducia degli investitori verso il settore. Nel mirino ci sono soprattutto i due big nazionali: Intesa Sanpaolo, che ha messo da parte il dossier relativo al possibile acquisto di Generali, che avrebbe comportato un impegno non da poco a fronte di vantaggi tutti da testare sul campo, e Unicredit, che ha completato con successo un aumento di capitale da 13 miliardi di euro. A Piazza Affari non vi era mai stato un rafforzamento patrimoniale di tali dimensioni, per cui il successo non poteva essere dato per scontato. Oggi il gruppo di Piazza Gae Aulenti è una realtà risanata e con le spalle robuste per affrontare l’incertezza dei mercati. Peraltro, l’aumento di capitale consentirà di abbattere notevolmente le sofferenze accumulate nella lunga stagione della crisi, liberando risorse per l’attività ordinaria.

La strada seguita da Unicredit ha evidenziato con certezza che sul mercato non vi è carenza di liquidità: pertanto, chi mette a punto un piano credibile di rilancio, può trovare investitori disposti a entrare nel capitale. Anche se non è detto che sarà a lungo così, dato che il rialzo dei tassi, quando arriverà, potrebbe complicare lo scenario.

Sotto a chi tocca. Così, altre banche seguiranno a ruota. Dato per certo l’aumento di capitale di Mps, e anche quello delle due venete (Popolare di Vicenza e Veneto), destinate a fondersi in una sola, non è escluso che altri istituti di credito cerchino di sfruttare la parentesi favorevole, in modo da poter in parallelo pulire i bilanci. Secondo rilevazioni dell’Abi, a fine 2016 le sofferenze in pancia ai nostri istituti si sono attestate a quota 86,9 miliardi di euro, circa un quarto del totale dell’Unione europea. Ridurre almeno di 25 miliardi questo ammontare è fondamentale per superare la febbre che ancora attanaglia il nostro sistema del credito. E quindi l’intera economia italiana.

Luigi dell’Olio

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