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Banche, verso un’asta Bce semi-deserta

Giunta al suo quinto atto, la T-Ltro della Banca centrale europea attesa per giovedì vedrà le banche italiane rivestire soprattutto il ruolo di spettatrici. La richiesta di fondi presso Francoforte, secondo le stime raccolte ieri da Il Sole 24 Ore tra gli istituti e ambienti di mercato, dovrebbe attestarsi infatti attorno a 2,7 miliardi di euro. Un valore ben più contenuto rispetto ai 17 miliardi raccolti dall’intero sistema bancario italiano (Bcc comprese) nella precedente asta di giugno, la quarta. E che impallidisce rispetto ai 93 miliardi complessivamente tirati nelle tre aste precedenti.
Al quinto appuntamento per l’assegnazione di liquidità a basso costo di Francoforte, e finalizzata ai prestiti per le imprese, dovrebbero infatti partecipare un numero risicato di istituti: tra questi ci saranno Ubi – che dovrebbe chiedere circa 2 miliardi – e Carige, che assorbirebbe circa 700 milioni di euro. Qualche incertezza rimane ancora sulla partecipazione di Mps, Banco Popolare, Veneto Banca e Popolare Sondrio. Di certo, invece, la stragrande maggioranza delle banche italiane rimarrà alla finestra, astenendosi dal chiedere denaro fresco.
Tra queste ci dovrebbero essere Intesa Sanpaolo e UniCredit, i due istituti che tradizionalmente fanno la parte del leone nelle richieste alla Bce. Ca’ de Sass, con i suoi 27 miliardi e mezzo “tirati” in un anno, è probabilmente l’istituto che ha fatto maggiormente ricorso alla liquidità Bce per il credito, non a caso l’istituto punta a far crescere le nuove erogazioni del 40% rispetto al 2014. Discorso analogo per UniCredit, che prevede impieghi in aumento. Tuttavia, il funding non è un problema e la liquidità abbonda nelle casse della maggior parte degli istituti italiani, come aveva dichiarato n nei giorni scorsi proprio l’ad di UniCredit, Federico Ghizzoni. Venerdì il manager aveva ricordato che «la posizione di liquidità del gruppo continua a essere abbondante», ma anche che «sui mercati ormai si trova liquidità a tassi pari a zero», sottolineando «di recente i tassi sull’Euribor sono andati addirittura a meno dieci punti base».
In netta flessione anche le richieste dell’intero sistema bancario europeo: secondo un sondaggio Reuters, la domanda degli istituti dell’Eurozona dovrebbe aggirarsi sui 50 miliardi di euro, contro i 73 di giugno e i 98 di marzo.
Dietro la mossa attendista delle banche italiane (ed europee) si nasconde una certa “sazietà” di denaro fresco. Secondo i dati Bloomberg, l’eccesso di liquidità nell’Eurozona è pari a 500 miliardi di euro, ai massimi da febbraio 2013. Senza contare che la politica monetaria ultra-espansiva della Bce ha spinto i tassi di riferimento sotto zero, permettendo così alle banche di approvvigionarsi con emissioni a tassi ancor più convenienti di quelli offerti da Bce (pari allo 0,15% con scadenza a 4 anni).
Va anche sottolineato che una certa prudenza da parte degli istituti è l’inevitabile conseguenza anche di politiche di vigilanza sempre più stringenti, che certo non sono di supporto all’erogazione di credito. Dal Tlac (Total loss absorbing capacity) all’eliminazione delle discrezionalità nazionali, fino all’innalzamento dei requisiti patrimoniali nell’ambito dello Srep (si veda articolo a lato), l’approccio micro e macroprudenziale dei regulator sembra sempre più a favore di un aumento del peso degli attivi a rischio (Rwa) o di un accrescimento delle richieste di patrimonio di vigilanza. Di fronte a un rischio simile, le banche cercano di adottare un approccio di cautela, riducendo così le erogazioni più rischiose.

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