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Banche venete, si tratta per evitare il bail-in

Due le opzioni del Governo: negoziare una soluzione con l’Ue o coinvolgere il sistema bancario negli aiuti
L’Italia cerca una sponda per scongiurare il bail-in di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Una sponda tecnica, dalla Commissione europea e dalla Bce. O finanziaria, dai privati, cioè ancora una volta dalle banche italiane eventualmente interessate a sterilizzare il rischio contagio. È?questo il doppio binario su cui prosegue il complicato lavoro di mediazione per portare i due istituti veneti sulle sponde della «ricapitalizzazione precauzionale».
Ieri mattina i vertici delle due banche sono saliti nell’ufficio del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per fare il punto della situazione dopo il problematico incontro di mercoledì a Bruxelles. Nella riunione, a cui ha partecipato anche il vice direttore generale di Bankitalia Fabio Panetta, membro del board della Vigilanza Bce, sono state esplorate le strade possibili per condurre in porto la ricapitalizzazione senza andare oltre il burden sharing a carico delle obbligazioni subordinate. «Il bail in è un’ipotesi esclusa», ha voluto sottolineare Padoan dopo la riunione, dichiarazione di cui l’ad di Popolare di Vicenza Fabrizio Viola si limita a «prendere atto», come ha dichiarato nel pomeriggio, al termine di un lungo incontro con il collega di Veneto Banca, Cristiano Carrus e i presidenti dei due istituti.
Ad allontanare lo spettro della risoluzione, sottolineano dall’Economia, c’è anche il fatto che a entrambi gli istituti sono state date garanzie a copertura delle emissioni di liquidità: giusto ieri è arrivato dal Mef il via libera sulle ultime due richieste: 2,2 miliardi per la Popolare di Vicenza e 1,4 per Veneto Banca, che porteranno a quota 10,1 miliardi il totale delle emissioni venete accompagnate dalla garanzia pubblica. Una buona notizia, ma anche una conferma del fatto che senza il sostegno del Tesoro le banche faticano a stare in piedi sulle proprie gambe e dunque una via d’uscita va trovata in fretta. Il governo «è impegnato perché la soluzione sia definita in tempi rapidi», rilancia infatti il comunicato post-riunione del Mef, in un dossier seguito da vicino anche dal premier Paolo Gentiloni.

Il compromesso possibile
La prima opzione per l’Economia passa dalla prosecuzione del confronto tecnico con le autorità Ue per provare a smussare gli ostacoli; il più consistente è rappresentato dal miliardo in più di capitale privato per coprire le «perdite prevedibili» dalla cessione dei crediti deteriorati, che in base alla direttiva Brrd non possono finire a carico dei contribuenti. Le distanze maggiori, ancora una volta, separano Roma dalla Vigilanza di Francoforte mentre con le autorità politiche di Bruxelles la sintonia sarebbe migliore: la Commissione Ue, la Bce e le autorità italiane «stanno lavorando fianco a fianco» e «sono in corso contatti costruttivi», ha assicurato un portavoce della Commissione Ue .
Le bocche sono cucite dappertutto e la situazione estremamente fluida, ma a quanto si apprende l’ambizione sarebbe quella di trovare un compromesso tecnico e politico che da un lato consenta di abbassare le pretese della Commissione e dall’altro alzare il livello dell’intervento già predisposto. Magari irrobustendo la struttura della cartolarizzazione, visto che – come già sta avvenendo nell’operazione del Monte dei Paschi di Siena – accanto ad Atlante potrebbero intervenire altri soggetti, a partire da Credito Fondiario e Fortress. In sostanza, si lavora a soluzioni «creative», che consentano di evitare non solo il bail in ma in generale l’apertura della risoluzione. In quest’ottica, il coinvolgimento dei bond senior, anche solo marginale, viene considerato come l’extrema ratio.

La resistenza dei privati
Il compromesso non è facile, ma l’alternativa ancora più difficile. Perché prevede di reperire un miliardo (ma anche qualcosa in più) da parte dei privati. Da più parti trapelano contatti informali tra il Mef, la Vigilanza e le principali banche ma al momento la posizione resterebbe quella espressa da Carlo Messina, ceo di Intesa, l’altroieri, che ha chiuso la porta a nuovi interventi. Con Atlante 1 e schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi le banche “sane” hanno già investito (e quasi completamente svalutato, quindi perso) oltre cinque miliardi: altro non sembrerebbero disposte a mettere anche per non rischiare di doverne rendere di conto un domani di fronte ai soci.
Di tutto questo oggi si parlerà nei due cda di Popolare di Vicenza e Veneto Banca convocati in parallelo. Qualcosa in più di un semplice punto della situazione, ma si escludono colpi di scena: le dimissioni dei vertici, nella serata di mercoledì parse non impossibili, al momento non sono sul tavolo.

Marco Ferrando

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