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Banche venete, si muove Padoan missione all’Ue per il salvataggio

Ieri mattina, letti i giornali e i siti, diversi clienti rimasti alle ex popolari Vicenza e Veneto Banca hanno telefonato ai cassieri di fiducia e chiesto un rientro di depositi per cifre che, sommate, arrivano ai nove zeri. Questo è il clima e la piega presa dal salvataggio dei due istituti, a cura della mano pubblica e finito nella doppia tagliola di Francoforte e Bruxelles. Tutto è fermo da cinque mesi, come i 20 miliardi stanziati dal governo per capitalizzare le due venete e Mps: frattanto le attività bancarie si squagliano. Lo scoglio sono le riserve dell’antitrust comunitario sul piano di ristrutturazione, con fusione tra loro, di Vicenza e Veneto Banca. Giorni fa Bruxelles lo ha giudicato troppo ambizioso, e ha chiesto ai soci privati (le due banche sono al 99% del fondo Atlante) di immettere altri 1,25 miliardi di euro di capitale per coprire perdite «pregresse o previste ». Tra queste sarebbero state annoverate anche svalutazioni di crediti oggi in bonis, ma che si presume non lo saranno più nel 2020. I banchieri veneti si sentono stritolati in un complotto europeo contro l’Italia, un loro collega quotista di Atlante mormora di «richieste folli». Insomma ci sono tutti i presupposti perché l’esecutivo batta un colpo. Ieri lo ha fatto a parole Pier Carlo Padoan, ministro del Tesoro che ha accolto in via XX settembre i vertici dei due istituti per un confronto, presente anche il vice dg di Bankitalia Fabio Panetta. Il ministro è stato categorico: «Il bail in per le banche venete è un’ipotesi esclusa». Tuttavia le rassicurazioni di Padoan non hanno troppo lenito le tensioni, che hanno colpito il settore anche in Borsa (ribassi dall’1% di Intesa Sanpaolo al 2,5% di Ubi al 3% di Banco Bpm). Il primo a commentarle con retrogusto sarcastico è Fabrizio Viola: «Prendo atto delle dichiarazioni del ministro». Forse perché tra i due non corre più buon sangue, dopo che lo scorso autunno il banchiere che guidava Mps fu cacciato da Siena per agevolare il salvataggio privato affidato dal governo a Jp Morgan e Mediobanca. Forse, anche, per il fatto che in due ore di riunione a Roma ieri non sembra siano emerse idee nuove o soluzioni a portata di mano. I banchieri hanno il morale sotto i tacchi, anche perché tre giorni di ricerche di opzioni e soci alternativi che investano a Vicenza e Montebelluna non stanno dando esiti. Per questo l’idea di prossime dimissioni, anche per evitare rischi legali peggiori e consentire eventuali commissariamenti degli istituti, è un’idea che prende forza in alcuni amministratori (ieri un portavoce l’ha smentita riguardo a Viola). Oggi i cda di Veneto e Vicenza esamineranno la situazione, «nell’interesse delle banche e dei loro amministratori», dice una fonte. L’impegno condiviso ieri sarebbe di non lasciare finché Padoan non sarà tornato a Bruxelles a rinegoziare il dossier, come già fatto nei giorni scorsi. Non c’è un minuto da perdere: la liquidità preme. Ieri, almeno, si è sbloccata la garanzia statale chiesta a fine marzo su bond targati Vicenza per 2,2 miliardi, e Veneto banca per 1,4 miliardi, di prossima emissione per dare nuovo ossigeno agli istituti.
Difficile un atto di forza di Roma contro Bruxelles, pendente la manovra sui conti pubblici. «Fidiamoci di Padoan, ha dato risposte adeguate», ha detto il ministro Graziano Delrio. Altrimenti il bail in porterebbe al coinvolgimento nelle perdite di altri bond veneti: non solo gli 1,2 miliardi di rischio elevato, ma anche i 13 miliardi a rischio senior (inferiore) in tasca a clienti e investitori.

Andrea Greco

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