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Banche venete, servono 6,4 miliardi

Due lettere, redatte dalla Bce, indirizzate al ministero del Tesoro, confermano la sussistenza dei requisiti necessari per accedere alla ricapitalizzazione precauzionale ed evidenziano un fabbisogno di capitale che – nello scenario avverso – si traduce in 3,3 miliardi per la Popolare di Vicenza e in 3,1 miliardi per Veneto Banca. Per un totale di 6,4 miliardi. È il massimale definito dalla Banca centrale europea in base agli stress test del 2016 e comunicato ieri dal Tesoro alle due banche venete.
Al di là delle cifre sul fabbisogno di capitale, l’arrivo al Tesoro della lettera di Francoforte scioglie il primo nodo stretto intorno al destino delle due venete, cioè quello del giudizio sulla “solvibilità” delle banche. Per rispettare la lettera delle regole Ue scritte nella direttiva Brrd del 2014, infatti, i soldi dei contribuenti devono andare a istituti che rispettano i coefficienti minimi di capitale per operare, e non possono essere utilizzati per ripianare perdite già subite o prevedibili. Nella condizione di Vicenza e Montebelluna, appena emersa dai bilanci e dal tasso non eccezionale di adesione all’offerta di transazione agli azionisti, la risposta filtrata a partire dal tavolo di coordinamento di lunedì a Bruxelles (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) non era scontata.
Nei numeri, invece, il fabbisogno da 6,4 miliardi indicato dalla vigilanza è più alto delle previsioni di febbraio-marzo, concentrate intorno ai cinque miliardi, ma in linea con le informazioni in arrivo negli ultimi giorni da Francoforte. Il fondo da 20 miliardi messo a disposizione dal decreto di Natale continua comunque a essere giudicato più che sufficiente, e calcolato “per eccesso” rispetto alle esigenze prevedibili del sistema bancario italiano.
Anche perché sul capitale di Siena il confronto operativo Roma-Francoforte è ancora in corso, e con la versione definitiva del piano industriale potrebbe portare a qualche limatura rispetto ai 6,6 miliardi (più 2,2 miliardi a carico degli obbligazionisti) calcolati fin qui; per le Venete, invece, le variabili in gioco sono ancora più numerose, e spaziano dai piani industriali alla quota da coprire con il burden sharing fino al ruolo che dovrà ancora essere giocato da Atlante.
Proprio dal Veneto si sono poi moltiplicate le richieste di garanzie sulle emissioni di liquidità, sempre a carico del fondo da 20 miliardi, la cui incidenza sulla finanza pubblica è però solo eventuale (le garanzie costano se devono essere esercitate, cioè se la banca non riesce a rimborsare i bond) e limitato a qualche centinaio di milioni.
Il via libera dell’Antitrust europeo all’utilizzo della ricapitalizzazione precauzionale costringerà ad un piano di fusione “lacrime e sangue” che le due banche, visti i conti del 2016 e dei primi mesi del 2017, caratterizzati da forti perdite e da un calo di raccolta e liquidità preoccupanti, dovranno improntare per giungere ad un ritorno alla redditività, alla restituzione degli aiuti concessi e all’uscita dello Stato nel medio termine. Sarà senz’altro necessaria «una cura dimagrante che non sia però annichilente – ha dichiarato ieri l’ad di Veneto Banca Cristiano Carrus intervenendo al congresso della First Cisl -, composta in prima battuta da dismissioni di partecipate non profittevoli e da contenimento dei costi che le sinergie con Vicenza dovrebbero agevolare».
Il pensiero va agli esuberi, destinati a salire rispetto alle preventivate 1.500 unità. Carrus è intervenuto anche sul progetto di fusione: «È matematicamente provato che le due banche da sole vanno verso la morte», ha detto, spiegando che alternative non possono esserci e aggiungendo che quella della fusione con Vicenza «è un tema che viene superato dal fatto che non vi è nessun altro che si proponga per una aggregazione».

Katy Mandurino
Gianni Trovati

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