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Banche venete, no all’aumento da Atlante

Atlante si chiama ufficialmente fuori dalla richiesta di un nuovo apporto di capitale in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. E la palla passa così al Mef, che sta conducendo da giorni una trattativa per nulla scontata con Bruxelles per rivedere i termini dell’accordo, ed evitare il bail-in delle due banche.
E’ una risposta senza appello, quella inviata ieri ai vertici e ai board delle due banche da parte di Alessandro Penati, il numero uno di Quaestio, la Sgr promotrice del fondo Atlante. «Allo stato – si legge nella lettera di risposta alle due banche che chiedevano di esaminare un nuovo ipotetico intervento – non si riscontrano le condizioni per qualsiasi ulteriore investimento nelle vostre banche da parte dei fondi da noi gestiti».
Troppe le incertezze rispetto alle possibili m0sse future di Bce e Bruxelles. Troppe le incognite sulla reale entità del fabbisogno patrimoniale di cui le due banche hanno bisogno. Penati non le manda a dire. E sottolinea come non sia chiaro se, ad esempio, gli 1,25 miliardi circa che la Dg Comp vuole a carico dei privati (a fronte di l’aumento da 6,4 miliardi) sia «sufficiente a garantire l’accesso alla ricapitalizzazione precauzionale», e quindi all’intervento dello Stato. Così come non è chiaro se «la Dg Comp non intenda avanzare altre richieste, oltre al suddetto ulteriore aumento di capitale». Penati sottolinea le incertezze relative, ad esempio, al fatto che l’accesso ai fondi precauzionali implichi automaticamente o meno «la fusione delle due banche da parte della Bce». Ma il numero uno di Atlante va anche oltre. E mette nero su bianco la possibilità di un’«ulteriore aumento che la Bce potrebbe richiedere per approvare la fusione», visto che già ora «genericamente» si è reso noto un «nuovo cospicuo aumento dello Srep che sarebbe richiesto». Insomma, tutte queste incertezze fanno venire meno le condizioni per un possibile nuovo giro di investimenti, a cui il fondo compartecipato dal sistema finanziario italiano, in quanto proprietario pressochè al 100% delle due banche venete, era stato chiamato nei giorni scorsi. Del resto, dopo i 3,5 miliardi già iniettati nei mesi scorsi (938 milioni dei quali in conto futuro aumento di capitale), il fondo Atlante 1, il braccio dedicato all’investimento dei fondi delle banche, ha oggi «disponibilità residue per meno di 50 milioni», sottolinea ancora Penati. Mentre Atlante 2, il veicolo nato per investire in Npl, ha già impegnato in via preliminare 450 milioni per comprare la tranche junior della cartolarizzazione con cui le due venete contano di liberarsi di circa 10 miliardi di crediti deteriorati. Un eventuale nuovo investimento di Atlante sarebbe insomma «problematico – continua la lettera – in quanto le risorse attualmente disponibili appaiono già ora insufficienti a soddisfare le domande che ci provengono da altre istituzioni bancarie».
In effetti, la potenza di fuoco di Atlante 2 sembra oramai esaurita. A fronte di 2,2 miliardi di dotazione iniziale, il veicolo acquista-Npl ha già impegnato 515 milioni per la cartolarizzazione dei crediti delle tre good banks rilevate da Ubi, circa 900 milioni per la cartolarizzazione di Mps, 450 milioni per le due venete, mentre i restanti 350 milioni circa dovrebbero servire a sciogliere il nodo Npl delle tre casse regionali (Cesena, Rimini e San Miniato, destinate a Cariparma-Credit Agricole) e di Cariferrara, promessa a Bper. È vero che c’è tempo fino a luglio per la chiusura della prima sottoscrizione di Atlante 2, e quindi nulla si può escludere (ieri la presidente di Poste, Maria Bianca Farina, ha detto di non escludere a priori la possibilità di sostenere ancora il fondo, dopo aver già versato 260 milioni in Atlante attraverso Poste Vita). Ma è anche vero che l’assenza di altri investitori di peso chiama necessariamente in causa il Mef per risolvere la grana con Bruxelles ed evitare così il baratro del bail-in, come promesso dal ministro Pier Carlo Paoan. «I privati hanno perso già molti soldi e dunque occorre attivare il prima possibile l’intervento pubblico già definito», ha detto il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Uno scenario ribadito dal rappresentante legale di Atlante, Alessandro De Nicola, che al termine dei Cda delle banche ai cronisti ha detto: «Stiamo lavorando, ma il boccinorimane nelle mani del governo», aggiungendo che i tempi sono «strettissimi».
Sul tavolo europeo, il negoziato fra Roma, Bruxelles e Francoforte prosegue sui nodi principali sollevati in particolare dalla Vigilanza Bce. Il problema, in realtà, è anche politico, e la sua soluzione passa dal riconoscimento del carattere “sistemico” dei due istituti che, anche se più piccoli di Mps, sono al centro di uno dei territori più industrializzati d’Europa con le conseguenze a catena sulle imprese che produrrebbe uno di un loro bail in. Le vicende di Siena e del Veneto, del resto, sono intrecciate perché occupano gli stessi tavoli, e una risposta definitiva sulla prima potrebbe aiutare il cammino sulle seconde. Su Rocca Salimbeni, a quanto filtrato nei giorni scorsi, le distanze su capitale e piano industriale dovrebbero essere state superate, e la chiusura del negoziato tecnico attesa a breve (come anticipato sul Sole 24 Ore del 25 maggio) aprirebbe il campo alla prima prova pratica di ricapitalizzazione precauzionale.
Per le Venete, poi, un aiuto potrebbe arrivare dalla manovra correttiva, che con le nuove regole sulla cartolarizzazione dei crediti deteriorati dovrebbe fluidificare un mercato oggi incagliato e quindi alleggerire un po’ l’impatto della ristrutturazione delle venete. Un’ipotesi, questa, che però è ancora tutta da verificare in sede europea, dove andrà messa sotto esame anche l’esclusione “unilaterale” dal bail in dei fondi pensione (e delle casse professionali, con il correttivo annunciato dal governo).

Luca Davi
Gianni Trovati

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