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Banche venete, niente «piano B» sui rimborsi

Per gli azionisti di Veneto Banca e Popolare di Vicenza interessati dall’offerta di transazione non è alle viste un’«opzione B» più vantaggiosa di quella proposta dalle due banche.
Suona così una delle poche certezze del momento in un panorama che sulle operazioni per riportare in territorio sicuro i due istituti, magari riuniti in una realtà più grande, mostra ancora più interrogativi che risposte.
Dal Tesoro si guarda con una certa preoccupazione ai ritmi lenti finora mostrati dall’adesione alle offerte di transazione, che agli azionisti di Vicenza propongono un riacquisto a 9 euro ad azione e a quelli di Montebelluna offrono il 15% del valore di carico. Il fatto che solo un terzo degli interessati abbia messo la propria firma in calce ai moduli a un paio di settimane dalla scadenza (anche Veneto Banca sta pensando di spostare i termini al 22, scadenza prevista a Vicenza; si veda l’articolo qui sotto) non è del resto un segnale particolarmente rassicurante. Certo, l’esperienza di Monte Paschi (dove a mancare all’appello del tentativo di mercato furono i grandi investitori e non i retail) insegna che i giorni decisivi sono gli ultimi, quando le adesioni accelerano parecchio, ma l’obiettivo dell’80% per mettere in sicurezza tutta l’operazione è ancora lontano.
Proprio il parallelo con Siena conferma che un treno alternativo non è destinato a passare, a meno ovviamente di non tentare la strada dei ricorsi da parte di risparmiatori che hanno in carico azioni ad un valore molto superiore a quello spuntabile oggi. Proprio il rischio contenzioso è il trait d’union che collega la situazione veneta a quella di Siena, ma appena si va nel dettaglio le somiglianze scompaiono. Il decreto «salva-risparmio» è riuscito a intervenire per «porre fine o prevenire una lite» (come recita l’articolo 19, comma 2) con un meccanismo che però riguarda gli obbligazionisti, e che è stato al centro di un confronto serrato con l’Europa. Gli azionisti, invece, occupano la prima posizione nella gerarchia dei soggetti chiamati a “pagare” la ristrutturazione delle banche, per cui qualsiasi ipotesi di indennizzo di Stato sarebbe destinata a cadere a Bruxelles.
Non solo, l’esito dell’operazione rimborsi è destinato a pesare anche sulle chance di ricapitalizzazione precauzionale e sull’estensione della platea chiamata a sopportarne i costi. A ricordarlo sono le stesse regole europee: come mostra ancora una volta il caso Monte Paschi, e le discussioni in corso sul tema nella triangolazione fra Roma, Bruxelles e Francoforte, l’intervento dello Stato deve servire a una «ricapitalizzazione precauzionale», cioè a riportare in alto i livelli di capitale in banche che comunque rimangono solvibili, e non a salvare istituti destinati altrimenti a cadere e nemmeno a coprire con i soldi dei contribuenti perdite pregresse o prevedibili. E in quest’ottica un gruppo nutrito di azionisti intenzionato a imbracciare le carte bollate in un contesto viziato da prassi illegittime come i prestiti baciati porrebbe un’incognita aggiuntiva pesante.

Gianni Trovati

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