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Banche venete, lo Stato spera di guadagnare 700 milioni

Due giorni fa, spiegando il senso dell’operazione sulle banche venete, il presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva chiarito che «i responsabili del dissesto devono pagare». Ieri è arrivato un parziale anticipo del conto: la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli, dell’ex presidente Flavio Trinca e di altri nove tra amministratori e manager per presunte irregolarità nella gestione dell’istituto di credito tra il 2012 ed il 2014. Il reato ipotizzato è l’ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza; per Consoli, Trinca e i componenti del collegio sindacale nel 2014 Diego Xausa e Michele Stiz, c’è anche l’ipotesi di aggiotaggio. Secondo l’accusa i quattro avrebbero messo in essere «artifici idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo delle azioni di Veneto Banca».
Nel frattempo la liquidazione ordinata delle due banche venete – con l’intervento di Intesa e il sostegno dello Stato – continua a far discutere, anche in ambito internazionale. Ma alle critiche di aver aggirato nei fatti le norme sul bail in, molto presenti sulle stampa tedesca, ieri ha risposto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. La decisione sulle banche venete «non ha aggirato le regole», ha spiegato. «ll set di regole che abbiamo lascia spazio alle differenze» dei diversi sistemi bancari e la Commissione è autorizzata dal legislatore a «usare le regole per rendere il sistema stabile e servire il resto dell’economia ». Dello stesso tono l’intervento del direttore generale del Fondo salva-Stati (Esm) Klaus Regling, secondo cui le due banche venete rappresentano «forse un caso limite per l’Unione bancaria» ma comunque la decisione «è stata presa nel rispetto delle regole europee», aggiungendo che non c’è «un problema acuto» per il settore bancario italiano, ma «un problema di transizione dal passato».
Nel frattempo la relazione di accompagnamento al Decreto sulle venete ha rifatto i conti degli impegni presi e dei possibili realizzi: ebbene, nella migliore delle ipotesi lo Stato potrebbe trovarsi a guadagnare 700 milioni. Alla somma si arriva ipotizzando incassi da realizzo per 11,6 miliardi (di cui 9,9 miliardi dai crediti deteriorati e 1,7 dalle partecipazioni che verranno vendute dalle due banche in liquidazione) e impegni a fronte del realizzo e altre garanzie (calcolate al “fair value”) per 10,9 miliardi. Conti forse ottimisti, che scontano un recupero medio sui crediti in difficoltà del 46,9% del valore nominale del credito; la somma verrebbe recuperata mediamente all’80% entro il quinto anno (e al 98% entro l’ottavo anno). Stime più ottimistiche di quelle del piano Tiepolo, bocciato dalla Ue, che prevedeva di recuperare circa 1 miliardo dalla vendita di asset, mentre gli Npl sarebbero stati ceduti al 25% del valore nominale, anche se con la vendita in un colpo solo i prezzi sono più bassi.
E mentre in Borsa Intesa continua a marciare spedita (+1,77%) sono partiti gli incontri tra il manager della banca Eliano Lodesani e i sindacati nazionali. I numeri sono noti (3.900 esuberi e la chiusura di 600 filiali) ma i negoziati veri e propri partiranno la prossima settimana. Ieri intanto è stato ribadito, da parte di Intesa, che se cambia il decreto legge salta tutta l’operazione.

Vittoria Puledda

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