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«Banche venete, lo Stato socio ma solo di minoranza»

Penati: con 4 miliardi in più Atlante avrebbe risolto ogni crisi – «Supporto dalle banche? Macché, mi votano contro»
Dopo Mps, lo Stato entrerà con tutta probabilità anche in Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ma, se tutto andrà come deve andare, lo farà solo con una quota di minoranza e per un periodo limitato. A confermare la road map per le due banche venete è stato ieri Alessandro Penati, il numero uno di Atlante, il fondo che controlla i due istituti.
A margine di un convegno sul tema delle valutazioni immobiliari organizzato a Milano da Cassa e Fondazione Geometri, il numero uno di Quaestio Sgr chiarisce quale potrebbe essere lo schema per la messa in sicurezza e il rilancio delle due banche, il cui piano di ricapitalizzazione è oggetto di confronto con Francoforte. «Vogliamo utilizzare la ricapitalizzazione precauzionale» da parte dello Stato «nel modo giusto», dice Penati: «Noi dobbiamo restare azionisti e dobbiamo rimanere al controllo». La ricapitalizzazione precauzionale sarà invece «un intervento temporaneo e di minoranza per permettere di eseguire il piano e dare le garanzie alla Bce».
Ora si tratta di capire quale sarà l’ammontare del contributo governativo, che verrebbe finanziato con le risorse del fondo Salva-risparmio da 20 miliardi approvato a fine dicembre. Tutto in verità dipende dalle richieste della Bce. È infatti il board del Single Supervisory Mechanism, sulla base degli input degli ispettori, a dover definire il gap di capitale che, come nel caso di Mps, è frutto del livello di svalutazione e copertura imposto sui deteriorati. Penati e il management guidato da Fabrizio Viola e Cristiano Carrus, hanno messo a punto un piano ad ampio raggio, che va dalle sofferenze agli unlikely to pay fino ad arrivare alle proiezioni sui possibili crediti in bonis che potrebbero passare a inadempienze. A quanto risulta al Sole 24 Ore, in questo senso la Bce avrebbe richiesto un Npe ratio del 18-19% a fine piano.
Le stime, al momento, sono per un’iniezione complessiva da 3-3,5 miliardi di euro: di questi, buona parte – fino a 1,7 miliardi di euro – arriverebbero dallo stesso Atlante 2: il fondo, che originariamente era stato varato per investire in Npl, ora potrebbe essere riversato sull’equity. «È una possibilità – dice Penati – alla fine ho un tot di risorse e devo investirle nel miglior modo possibile»). Il gap per arrivare al totale dovrebbe essere coperto in parte attraverso una conversione dei bond subordinati delle due venete, prevalentemente in mano agli istituzionali, in parte attraverso un intervento statale. Così facendo, l’aumento di capitale andrà ad aggiungersi ai circa 3,5 miliardi già versati da Atlante tra le ricapitalizzazioni della primavera 2016 e gennaio 2017. Sul tavolo della Bce, inoltre, c’è anche il nodo dei 9 miliardi di sofferenze lorde delle due banche: l’ipotesi più accreditata è lo scorporo degli Npl dalla good bank, così da farne emergere il valore intrinseco, con la creazione di due bad bank.
Certo è che dall’intervento precauzionale dello Stato non si scappa. E con esso, visto che la Brrd lo impone, è previsto il coinvolgimento dei detentori di subordinati, tipicamente istituzionali, anche se resta da capire in quale misura. «La Bce vuole la garanzia che il piano sia totalmente finanziato dall’inizio e abbia altissime probabilità di successo», sottolinea Penati. Nell’autorizzare alla fusione tra i due istituti, la Bce si gioca parte della sua credibilità, ha fatto capire il manager, e per questo vuole garanzie chiare. Da qua l’attenzione della Vigilanza al dossier, ma anche un supporto che è stato superiore «a Francoforte che in Italia».
Le tempistiche
La parola d’ordine comunque è “fare presto”. Presentato in Bce nei giorni scorsi dall’a.d. Fabrizio Viola («ci sono due persone in Italia che hanno la credibilità in Bce per fare ristrutturazioni: uno è lui, l’altro Corrado Passera»), il piano sarà dunque al vaglio dei Cda delle venete il 21 febbraio. L’intenzione è chiudere con ricapitalizzazione e fusione entro settembre, al massimo entro fine anno. «Tutto in nove mesi, se lo eseguiamo in un anno abbiamo battuto i record storici», ha detto. Nessun dubbio sulla fusione («La Bce ci dice già di considerarla una banca unica e non è stato semplice, lo considero un enorme successo»), così come sulla bontà dell’investimento fatto dalla stessa Atlante. Un modo per rispondere anche alla svalutazione delle quote messa in cantiere dalle banche sottoscrittrici del fondo. «C’è una lungimiranza pari a zero. Questa cosa della svalutazione mi fa imbestialire: investi in una banca fallita e poi dopo sei mesi svaluti». Quanto valgono realmente le due banche venete «lo vedremo tra tre anni», quando la nuova banca che nascerà dalla fusione avrà «i ratio migliori d’Italia».
La lettura di Penati
Il numero uno di Quaestio ha però colto l’occasione anche per evidenziare tutta la sua «amarezza» rispetto all’esperienza maturata fino ad oggi in Atlante. Nel mirino ovviamente c’è il rapporto con le banche sottoscrittrici («Macché supporto, mi votano contro») con cui non sono mancate in questi mesi le tensioni. «Non faccio valutazioni», è la risposta a stretto giro del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, da cui giunge il messaggio secondo cui il cda di Intesa Sanpaolo abbia deliberato un impegno fino a un miliardo e «fino ad ora abbiamo già investito più di 800 milioni: questo è il nostro supporto». Ma Penati si dice anche «disilluso» sulla possibilità di creare in Italia un mercato degli Npl: «All’inizio pensavo si potesse ma dopo l’esperienza di questi sei mesi sono scettico». Il «peccato originale» del fondo Atlante «è che si pensa a una soluzione totale. Si parla della bad bank europea… per risolvere tutti i problemi in una volta. Non è questa la soluzione». Critiche infine sulla vicenda Mps (un «aumento di capitale che è stato pensato male e gestito peggio») e, soprattutto, sull’assenza di visione nella gestione di crisi bancarie. «Con 4 miliardi di euro a luglio 2017 avremmo risolto tutte le crisi bancarie, e sarebbero stati meno di quanto pagato per Etruria e Banca Marche». Quello che si nota allora è la «mancanza di un interlocutore». Solo così si spiega come ci siano «già stati quattro interventi a sostegno delle banche», che costano soldi ma attorno a cui «manca una strategia e una visione complessiva».

Luca Davi

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