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Banche venete, l’ipotesi spezzatino Le condizioni di Intesa Sanpaolo

La ricapitalizzazione precauzionale da 1,25 miliardi «privati» non sembra al momento percorribile. Nonostante i tentativi, l’operazione di sistema non ha trovato sponde sufficienti per andare in porto. Tuttavia per il salvataggio di Veneto Banca e Popolare di Vicenza sembra profilarsi un’altra possibile soluzione: lo spezzatino, con la creazione di una good e di una bad bank, e la cessione di alcuni asset. È l’alternativa a cui starebbero lavorando al ministero dell’Economia, con l’advisor Rothschild incaricato di gestire la delicata partita del salvataggio delle venete.

La strada resta comunque stretta e l’ostacolo principale, ossia il via libera della Commissione Ue alla manovra, non è scontato. «La Commissione europea, il Ssm (il Single supervisory mechanism dela Bce, ndr) e le autorità italiane lavorano fianco a fianco — ha detto ieri il portavoce della Commissione Ue, Margheritis Schinas —. Contatti costruttivi sono in corso per raggiungere una soluzione sostenibile in linea con le regole europee e buoni progressi sono stati fatti su questo punto». Una notizia confortante, ma non certo risolutiva, tanto più che sempre ieri Danielle Nouy, presidente del Supervisory Board della Bce, ha ammesso che procedere alla risoluzione di una banca può essere «triste e difficile», ma sarebbe «sbagliato non dichiarare mai una banca fallita o a rischio fallimento».

Lo scenario resta quindi ancora incerto. «Il trascorrere del tempo e l’inazione non migliora la situazione» ha commentato il presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Mion, che ha rilanciato il progetto di aggregazione con Veneto Banca, «noi speriamo che qualcuno se ne faccia carico e gli dia seguito». In realtà sembra che le ultime mosse del governo vadano nella direzione opposta, ossia quella dello spezzatino dopo aver verificato l’impraticabilità dell’operazione di sistema. Intesa Sanpaolo avrebbe comunque confermato la propria disponibilità e i tecnici dell’istituto starebbero studiano il dossier per valutare se in che modo intervenire. Ma alla porta di Rothschild avrebbero bussato anche un paio di fondi di private equity.

Quella con Intesa Sanpaolo sarebbe comunque la strada principale. Ma per il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è fondamentale ridurre il più possibile l’impatto sul bilancio di un eventuale salvataggio, in modo da non pregiudicare solidità patrimoniale e distribuzione dei dividendi. Il banchiere vuole anche essere certo che non serviranno aumenti di capitale. Nell’ambito di un break-up, Intesa potrebbe prendere le filiali a Nordest rafforzandosi in quell’area, i crediti in bonis (35-40 miliardi) e il personale che gestirebbe attraverso il Fondo esuberi rifinanziato dal governo probabilmente con un decreto. Potrebbero essere invece cedute con un’asta le quote in Arca, Banca Apulia e Banca Nuova e le banche estere di Montebelluna. Quanto invece alla bad bank, il conferimento riguarderebbe circa 10 miliardi di sofferenze, su una parte delle quali verrebbe chiesta la garanzia dello Stato. Le verifiche sono in corso e a breve, forse già entro la settimana, potrebbe arrivare un primo segnale.

Federico De Rosa

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