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Banche venete, corsa a chiudere le liti con i soci

Tra i palazzi di Bruxelles — dove si incontrano oggi il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il commissario Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager — e le filiali bancarie del Nordest si snoda il destino di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. I due istituti hanno chiesto venerdì al Tesoro la «ricapitalizzazione precauzionale», cioè un sostegno pubblico, ma serve il via libera dell’Antitrust Ue agli aiuti di Stato.

Di questo dossier spinoso — perché è ancora in dubbio la stessa possibilità per le banche venete di ottenere dalla Ue l’eccezione della ricapitalizzazione precauzionale — nonché della partita Mps parleranno stamattina, a margine dell’Ecofin, Padoan e la commissaria olandese. Una partita non facile visto che le richieste di Bruxelles sarebbero molto pesanti circa la ristrutturazione delle banche.

Toccherà invece alla Bce indicare l’ammanco patrimoniale delle due banche venete. La Vigilanza Unica guidata da Danièle Nouy ha chiesto alle banche due piani autonomi, nonostante ci sia il progetto di fonderle. Non è ancora chiaro se entrambe avranno il minimo di capitale sufficiente per accedere alla ricapitalizzazione ad opera dello Stato. Il conteggio finale del patrimonio necessario — stimato in 4,7 miliardi — arriverà il 28 marzo, quando i board delle due banche approveranno i bilanci 2016. Oggi il capitale delle due banche è di circa 6 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi versati dal fondo Atlante, e con 1,2 miliardi di euro di bond subordinati (che saranno convertiti in azioni). Ma il patrimonio servirà per coprire i costi delle transazioni e le svalutazioni dei crediti in sofferenza (Npl). L’anno si chiuderà dunque in forte perdita. Dai conti si capirà se gli istituti saranno ancora «viable», cioè in grado di camminare comunque sulle proprie gambe.

Fondamentale è che i due istituti, entro la scadenza di domani, chiudano un numero di transazioni tale da consentire di liberare il bilancio dai 4-5 miliardi di possibili risarcimenti che rendono impossibile l’accesso all’aiuto di Stato. Con l’adesione di ieri del secondo singolo socio, la Fondazione Cariprato — che incasserà 3,2 milioni per il suo 1,5% —, la Popolare di Vicenza guidata da Fabrizio Viola dovrebbe avere raggiunto il 60% delle azioni oggetto di transazione e si avvicinerebbe alla soglia del 70%, considerata accettabile benché inferiore all’obiettivo dell’80%. Nei giorni scorsi anche il primo azionista, la Fondazione Roi, aveva accettato la transazione per il suo 1,7%. Anche l’ex popolare di Montebelluna guidata da Cristiano Carrus ha oggi le adesioni vicine al 60% e punta al 70% in extremis. È comunque possibile una proroga tecnica di qualche giorno.

Accanto all’intervento dello Stato c’è sempre l’ipotesi che Atlante sottoscriva l’aumento con gli 1,7 miliardi che ha in pancia, sebbene destinati all’acquisto di Npl. Ma non ci sarebbe ancora l’accordo tra gli investitori. Il fondo gestito dalla Quaestio sgr di Alessandro Penati aderirebbe all’aumento misto con lo Stato solo se resterà in maggioranza. «Noi siamo confidenti che Atlante farà la cosa migliore per salvare il sistema bancario», ha detto ieri Giuseppe Guzzetti, presidente di Fondazione Cariplo, uno dei padri del fondo, aprendo di fatto alla ricapitalizzazione. «Nelle due venete qualcuno ha detto che Atlante doveva mettere dei soldi e di certo non l’ha detto un usciere. Non è stata una scelta in autonomia. Si è comportato al meglio e continuerà a farlo».

Fabrizio Massaro

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