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Banche Usa, sale il rischio per i contratti derivati

di Vittorio Carlini

L'esposizione delle banche statunitensi sui derivati? Aumenta, e non di poco. A dirlo è l'Office of the Comptroller of the Currency (Occ). Nel suo bollettino appena pubblicato, l'agenzia del Tesoro Usa sottolinea che «l'esposizione creditizia, alla fine del terzo trimestre 2011, è salita fortemente». In particolare, «quella netta corrente è aumentata», rispetto al secondo trimestre, «del 39%, cioè di 141 miliardi di dollari». In termini assoluti, il balzo è dai 363 miliardi di fine giugno 2011 a 504 miliardi del 30 settembre scorso.
Un livello peraltro che, da un lato, rappresenta il quarto valore più alto mai raggiunto dietro il record del 2008 (800 miliardi nella fase più acuta della crisi). E che dall'altro, a fronte anche della crescita già registrata tra il secondo trimestre e il primo (+3%), indica non un fatto estemporaneo, bensì un trend che attraversa l'intero 2011. Insomma, il rischio di credito sui derivati per le banche a stelle e strisce va crescendo.
Certo, può obiettarsi che in sé simili contratti non sono pericolosi: anzi, molte volte sono usati per effettuare le cosiddette coperture e non a fini speculativi. Inoltre, spesso le banche possono vantare delle garanzie rispetto a questi tipi di contratti. Tuttavia, proprio il collaterale a fine settembre copriva sì il 64% dell'esposizione creditizia netta corrente (Ecnc): una percentuale alta, ma sempre inferiore a quella del secondo quarter (71%).
Al di là di singoli numeri e garanzie, è indubbio che la crescita dell'Ecnc di per sé implica comunque possibili maggiori problemi. «È il segnale – spiega Gianluca Gabrielli, direttore investimenti di Soprarno sgr – che le banche americane hanno visto aumentare le proprie posizioni potenziali in attivo, creditizie, rispetto a quelle passive». Una bella notizia? «A ben vedere no. La posta attiva, infatti, è futura e potenziale. Influenzata dalla volatilità di questi prodotti. L'esposizione netta, cioè già controbilanciata dall'inflow della controparte, potrebbe a causa dell'alea insita nei derivati trasformarsi, a sua volta, in una passività».
Un caso concreto dovrebbe aiutare a comprendere meglio il meccanismo. Può pensarsi a un contratto swap sui tassi d'interesse. Si tratta di un accordo di scambio (swap) dove un soggetto, per esempio una banca, effettua pagamenti a tasso variabile a un altro soggetto (un'impresa); quest'ultimo, a sua volta, offre un flusso di denaro a tasso fisso, calcolato su un determinato capitale. Ebbene, se i tassi di mercato calano, i pagamenti dati dall'impresa scenderanno di meno rispetto a quelli erogati dalla banca. Con il che, l'istituto aumenterà sì la sua esposizione creditizia da derivato ma, giocoforza, vedrà fortemente aumentare i suoi possibili rischi di credito. «Proprio quello che è accaduto – riprende Gabrielli – con i tassi swap a 10 anni nell'ultimo trimestre: sono scesi dal 3,5 al 2,5 per cento».
Già, la discesa dei saggi di mercato. È la stessa Occ che considera questo andamento la causa generale dell'incremento del rischio di credito sui derivati. In uno scenario dominato dai timori sulle banche europee e sui debiti sovrani, «la preferenza degli investitori per gli asset più sicuri ha spinto all'ingiù i tassi». Il risultato? La parte "positiva" dei contratti è aumentata e quindi anche la Ecnc. Può domandarsi: com'è possibile che una sola categoria di derivati, quelli sui tassi d'interesse, influenzi il totale del sistema? La risposta è semplice: gli interest rate contract rappresentano l'81,5% di tutto il nozionale. Quel nozionale che, a ben vedere, è diminuito dello 0,6%. Un calo, però, che non è fin qui servito a ridurre il rischio-derivati.

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