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Banche Usa oltre le stime ma ora c’è l’incognita Fed

Il taglio dei tassi monetari della Fed impatterà sulla redditività delle big bank americane che vedranno ridursi ancora di più i margini sul credito, con una maggiore difficoltà operativa che si prospetta per la seconda metà dell’anno. Sembra essere questa la costante che emerge dalla settimana delle trimestrali delle cinque grandi banche americane, terminata ieri dopo la presentazione dei conti di Morgan Stanley. Seguiti a quelli di Citigroup, JpMorgan Chase, Goldman Sachs, Wells Fargo e Bank of America.

Morgan Stanley, come le altre big bank Usa, ha battuto le attese degli analisti. Nel secondo trimestre ha riportato 2,2 miliardi di utili, pari a 1,23 dollari per azione, contro le stime Refinitiv del panel fermo a 1,14 dollari per azione, ma in calo del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I ricavi hanno raggiunto 10,24 miliardi, al di sopra del consensus degli analisti di oltre 250 milioni, grazie ai risultati migliori del previsto delle divisioni wealth management e investment management, anche in questo caso con una flessione rispetto al secondo trimestre del 2018 (10,6 miliardi).

Il ceo di Morgan Stanley James Gorman con la sua gestione ha dato molta enfasi al ramo wealth management, un business più stabile rispetto al trading. «Abbiamo riportato risultati solidi in tutte le aree di business nel secondo trimestre – ha detto Gorman – con un ritorno sul capitale in linea con i target, cosa che dimostra la stabilità della banca».

In particolare, la divisione wealth management di Morgan Stanley, una delle più importanti al mondo per valore, ha riportato ricavi record per 4,41 miliardi di dollari, anche qui al di sopra delle stime degli analisti di sessanta milioni di dollari. La divisione investment management, asset manager che gestisce i fondi comuni, ha registrato a sua volta valori positivi nel periodo con 839 milioni di ricavi, superando di 130 milioni di dollari le stime (+21%).

Tutto questo mentre i ricavi del trading di Morgan Stanley sono diminuiti del 12% nel trimestre (-14% annuo), con una flessione sia del comparto obbligazionario che azionario. In confronto, il principale rivale Goldman Sachs ha riportato martedì un calo delle entrate dal trading obbligazionario ma maggiori ricavi dall’azionario.

Anche Pruzan, il chief financial officer di Morgan Stanley, ha definito il trimestre nel complesso «molto forte» e ha affermato che il calo annuo del 14% delle vendite azionarie e dei ricavi netti del trading è dovuto ai primi sei mesi straordinariamente buoni dell’anno scorso, sulla scia dell’ottimismo per la riduzione delle imposte corporate decisa dall’amministrazione Trump. Il cliente retail è un po’ più incerto nel trading dato il contesto estremamente volatile e le incertezze per la seconda metà dell’anno, guidate dalle preoccupazioni subentrate per la guerra commerciale con la Cina e per il destino della Brexit.

Dato il contesto più complesso e più lento nei deal, alcuni anche saltati, data l’incertezza dell’outlook e le tensioni globali, il risultato è dunque solido e soddisfacente per Morgan. La banca nel periodo tra l’altro ha aumentato il buyback azionario, segno della fiducia del management nel business anche per i prossimi trimestri.

Nell’insieme il contesto per le big bank Usa appare buono. I deal si fanno anche se, come fa notare un operatore, sono meno roboanti rispetto a un anno fa.

Riccardo Barlaam

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