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Banche Usa Che guaio se scade il passaporto per l’Europa

Le grandi banche di Wall Street rischiano parecchio con la Brexit. Ecco perché sono state fra le più attive nel lobbismo contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Goldman Sachs ha donato 500 mila sterline alla campagna «Bretagna più forte in Europa» e anche Citigroup e JPMorgan Chase hanno investito cifre analoghe per la stessa causa.

Per i grandi banchieri americani infatti l’uscita di Londra dalla Ue aprirebbe una grande fase di incertezza. Da parecchi anni, e in particolare dalla nascita dell’euro in poi, hanno concentrato le loro operazioni sulla piazza inglese, approfittando del cosiddetto «passaporto europeo» dei servizi finanziari: il meccanismo che permette alle istituzioni basate in Gran Bretagna — dalle banche agli assicuratori e ai gestori di fondi — di vendere i loro servizi in tutti i 28 Paesi dell’Unione senza dover ottenere l’approvazione delle autorità locali e senza dover aprire uffici in ogni Stato. Questo «passaporto» è servito alle banche britanniche — e a quelle extra Ue che hanno usato Londra come trampolino di lancio, come appunto le statunitensi — a guadagnare importanti quote di mercato nel Vecchio Continente. Ma con la Brexit il passaporto scade e tutte le politiche commerciali vanno riviste.

La riorganizzazione«Se la Gran Bretagna lascia l’Unione, possiamo non avere altra scelta che riorganizzare il nostro modello di business in Europa», ha detto James Dimon, il presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase, che a Londra e dintorni impiega circa 16 mila persone. E ha precisato: «Una conseguenza realistica è che perdiamo la possibilità di distribuire i nostri servizi bancari e di trading in Europa, mentre i nostri clienti ne avranno ancora bisogno. Se così, dovremo fare ciò che funziona nel nuovo scenario. La Brexit potrà significare meno dipendenti di JPMorgan in Gran Bretagna e di più nella Ue».

Lo stesso avvertimento l’ha lanciato Citigroup, che impiega il secondo più grande esercito di banchieri e impiegati nel Regno della Regina Elisabetta II, in tutto 9 mila persone. Il responsabile britannico di Citigroup, James Bardrick, ha aggiunto che una riorganizzazione sarà necessaria in caso di Brexit, con lo spostamento di personale da Londra ad altri centri Ue, non solo per lo scadere del «passaporto»: «Il movimento efficiente di talenti fra i membri dell’Unione è ugualmente importante per noi».

Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of America-Merrill Lynch sono le altre tre grandi investment bank con una forte presenza nel Regno Unito, dove hanno rispettivamente 5.400, 5mila e 4.600 dipendenti. Londra per loro è la capitale di tutto il business non solo in Europa, ma anche in Medio Oriente e Africa: un’area geografica (Emea) che per Goldman Sachs vale il 27% dei 33,8 miliardi di dollari di fatturato realizzato l’anno scorso. Proprio Goldman Sachs sta costruendo un palazzo da 500 milioni di dollari per il suo quartier generale Emea, che dovrebbe essere finito nel 2019. Ma come le altre banche sta preparando piani alternativi se vince la Brexit.

Le sedi alternativeDublino in Irlanda, Francoforte in Germania e Parigi in Francia sono già pronte a proporsi come alternativa.

Ma i cambiamenti non saranno immediati e quindi le mosse delle banche di Wall Street non sono ancora definite. Potrebbero mantenere una sorta di «passaporto» per i loro servizi finanziari se la Gran Bretagna diventasse membro dello Spazio economico europeo (See), l’accordo che comprende Islanda, Liechtenstein e Norvegia oltre ai Paesi dell’Unione e che consente la libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali al suo interno.

Se invece Londra non facesse parte neppure del See, allora le aziende finanziarie basate in Gran Bretagna dovrebbero superare un test di «equivalenza» per dimostrare a Bruxelles che le regole dei loro Paesi d’origine sono altrettanto severe di quelle Ue e forse dovrebbero comunque aprire sedi nei Paesi dell’Unione con aumento notevole dei costi operativi.

Perso il «passaporto», le esportazioni di servizi finanziari dal Regno Unito all’Unione europea potrebbero dimezzarsi, crollare cioè di 10 miliardi di sterline, secondo uno studio elaborato da Capital economics per conto della società di gestione Woodfor. E un’altra ricerca, realizzata da PricewaterhouseCoopers per TheCityUK ha lanciato l’allarme che la Brexit significherebbe la perdita di 100 mila posti di lavoro nel settore finanziario in Gran Bretagna.

Uno dei pochi business in cui Wall Street è forte e per il quale la Brexit probabilmente non avrebbe un impatto è quello delle fusioni e acquisizioni (M&A). Mentre c’è chi teme che le autorità della Ue e la Banca centrale europea spingerebbero per spostare il trading di titoli finanziari e derivati sulle piazze finanziarie dell’Unione.

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