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Banche: Un altro anno a rafforzare le trincee

di Stefano Righi

Vivere al tempo della recessione. La sfida del nuovo anno per banche e assicurazioni sta in questo e nel riuscire a declinare il presente indicativo del verbo tenere. Tenere la posizione, il mercato, i clienti. Aggiungiamo noi: anche i dipendenti. Sulla base degli accordi già sottoscritti sono almeno 15 mila i lavoratori bancari che lasceranno anticipatamente il lavoro nei prossimi 5 anni. Di questi, almeno il 40 per cento (6 mila persone), dovranno rinegoziare l'accordo dopo l'entrata in vigore della riforma del welfare varata dal governo Monti. Per chi sta dall'altra parte, i manager dei gruppi bancari, grandi e piccoli, è la sfida della vita: tagliare le spese, contenere i costi, capire prima e senza sbagliare da dove partirà la ripresa. Sfide complesse, da affrontare senza alibi: mai un governo è stato così vicino al punto di vista degli economisti e dei banchieri. Qui, ora, non si tratta di dividersi in dibattiti tra scuole di pensiero, bensì di intervenire sulla raccolta — come si è iniziato pesantemente a fare — per poi arrivare rapidamente a incidere sugli investimenti capaci di generare sviluppo.
Sfide complesse
Giovanni Puglisi, azionista con lo 0,6 per cento di Unicredit — in capo alla Fondazione Banco di Sicilia di cui è presidente —, rettore dello Iulm, presidente della Commissione nazionale per l'Unesco, non ha dubbi: «Siamo nel mezzo della terza guerra mondiale. La prima e la seconda sono state combattute con le armi e i soldati, questa con i soldi, più o meno virtuali, che vengono rapidamente spostati da una nazione all'altra, come le armate di un tempo, provocando loro pure miseria e distruzione. Fino a quando l'Europa non si renderà conto di questo, non capirà la reale portata della minaccia incombente, non riusciremo ad uscirne».
Ma la svolta appare lontana. Il prodotto combinato della crisi economica con quella finanziaria, moltiplicato dall'acuirsi delle norme sulla stabilità degli istituti di credito hanno reso complessa la sopravvivenza di molte aziende. In modo miope alcune autorità di vigilanza, su tutte l'Eba, continuano a privilegiare il senso di solidità rispetto ad altri parametri ugualmente strategici per la tenuta dell'intero sistema economico. L'incubo del credit crunch che sembrava svanito dopo il panico del 2009, ora sta riaffiorando. La scorsa settimana una società quotata alla Borsa di Milano ha convocato una riunione straordinaria del consiglio di amministrazione per affrontare la richiesta di rientro dei fidi pervenuta dal sistema bancario: a rischio il pagamento delle tredicesime. Questa è la drammatica realtà.
Il sistema bancario, peraltro, sembra per una volta compresso e a corto di soluzioni. Si è fatto trovare impreparato dalla crisi mondiale che ha contribuito in maniera fattiva a generare e a diffondere e oggi gli spazi di azione sono ridotti dalle richieste che vengono dalla base della clientela e, dall'alto, dalle imposizioni dell'Eba e delle altre Autorità di vigilanza. Fare banca in senso tradizionale è diventata una vera impresa. Il costo del denaro è all'1 per cento stando alle indicazioni ufficiali della Banca centrale europea, ma la provvista per gli istituti costa molto di più. E, applicato il ricarico, il denaro viene offerto alle imprese a costi non sempre sopportabili. Ed è questa la grande contraddizione sistemica del momento.
Un paio di vantaggi, la politica dell'Eba guidata dall'italiano Andrea Enria, li ha portati. In primis ha evidenziato ancora una volta l'incapacità politica a valutare accordi e impegni di importanza vitale per l'economia: la firma per accettazione delle proposte Eba è stata posta il 26 ottobre scorso in sede di Consiglio europeo con assoluta leggerezza.
Roma contro Parigi
Poi, e fortunatamente, il tiro a bersaglio dell'Autorità che ha sede a Parigi ha scatenato la reazione. Primo, da solo, è stato l'amministratore delegato del Banco Popolare, Pier Francesco Saviotti, ad opporsi a parole. A lui si sono accodati gli altri, su tutti il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini, che su queste pagine (Corriere Economia del 21 novembre 2011), ha schierato tutta la forza di fuoco dell'associazione dei banchieri italiani, arrivando poi anche a minacciare azioni legali. Più concretamente, l'avvocato Giuseppe Mussari, presidente dell'Abi, deve lavorare per arrivare a una revisione delle norme. L'azione di Mussari — presidente del Monte dei Paschi di Siena, una delle grandi realtà bancarie italiane, terza nel conteggio degli sportelli, con 3 mila agenzie — va in più direzioni. Da una parte c'è la Banca d'Italia, legittima regolatrice del sistema sul territorio. Dall'altra il governo, dove il ministro Corrado Passera ben conosce i limiti dell'agire bancario e ha con Mussari un rapporto di stima e fiducia consolidato nel tempo. Infine c'è Parigi a cui Mussari cercherà di evidenziare come «nei numeri dell'Eba c'è una forte disparità nel calcolo, tra le banche dei diversi Paesi, del coefficiente patrimoniale». In effetti, e qui si concretizza l'ennesimo paradosso della costruzione europea, in assenza di comuni regole per la definizione di partite di bilancio, si applicano principi universali. Con effetti disastrosi. Urge correre ai ripari: è questa la sfida del nuovo anno.

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