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Banche Ue, calano i derivati: circa mille miliardi in meno

Stabili i crediti dubbi netti. In discesa, invece, la leva finanziaria. Così come, in valore assoluto, i derivati. In rialzo, dal canto loro, i titoli di Stato dei Giips in portafoglio. Analogamente all’utile aggregato, che è cresciuto. A fronte di un margine d’intermediazione (ricavi) che, al contrario, è in ribasso.
Sono, in linea generale, alcune delle dinamiche che emergono dall’analisi di R&S Mediobanca sulle maggiori banche europee. Il tradizionale report di Piazzetta Cuccia che ha passato ai raggi X i conti semestrali delle principali 20 società creditizie del Vecchio continente. Una fotografia la quale, giocoforza, ha due piani di lettura: quello globale paneuropeo e poi quello dei singoli Stati ed istituti.
Ebbene, a livello aggregato, l’utile delle 20 big si è assestato a 36 miliardi, in rialzo del 35,6% rispetto allo stesso periodo del 2012. L’andamento è peraltro confermato anche sui 9 mesi: a fine settembre scorso i profitti erano 40,49 miliardi (+68,6% sui 12 mesi). Il margine d’intermediazione, invece, è andato in direzione opposta: i ricavi, sempre al 30/9/2013, sono stati 325,13 miliardi contro i 340,2 di un anno prima. A ben vedere, la dinamica al ribasso, è conseguenza del calo del margine d’interesse (-8,1% nel primo semestre) che ha risentito, ovviamente, dei bassi tassi di mercato.
Se queste le indicazioni complessive, quale però l’andamento nei singoli Paesi? In Italia, a fine settembre, l’utile netto delle banche considerate era in calo: quello di UniCredit del 28,5% e quello (non normalizzato) di Intesa Sanpaolo del 62,1%. Una dinamica replicata in Germania: qui Commerzbank, ad esempio, ha visto praticamente azzerarsi il profitto netto (-96,2%). Tutt’altra musica, invece, in Gran Bretagna: in media le big four inglesi hanno aumentato del 275,6% l’utile netto.
Già, l’utile netto. Al di là del suo valore assoluto, è rilevante confrontarlo con il patrimonio netto con il multiplo del Roe. Su questo fronte, la redditività del capitale proprio su base annua (sempre al 30/6/2013) al livello europeo è del 6,9%. Un valore ben superiore a quello dei primi istituti italiani: 2,7% per UniCredit e 1,7 per Intesa. Cioè, si conferma la minore reddività delle banche del Belpaese.
Ma non è solamente il risultato economico. Interessante è anche l’evoluzione della situazione patrimoniale. Su questo fronte il totale attivo, tra inizio anno e fine giugno, è calato del 3,9%. Un valore di poco inferiore a quello del 2010. In particolare, tra le varie voci, si sono «sgonfiati» i derivati, facendo segnare una contrazione del 18% (circa 1.000 miliardi in meno). Seppure, questi prodotti finanziari rappresentano ancora quasi un quinto degli asset complessivi. Quegli asset che, rispetto all’Italia, hanno un carattere meno “speculativo”. La leva finanziaria delle due banche de Belpaese (17,8) è infatti ben inferiore alla media europea (25). In particolare UniCredit ha rapporto tra attivo tangibile e patrimonio netto tangibile di 17,6 e Intesa SanPaolo di 18. Solo la spagnola Bbva può vantare un numero inferiore (14,5). Gli altri istituti di credito, invece, hanno multipli più alti: quello della francese Crédit Agricole, ad esempio, viaggia intorno al 58,9; Deutsche Bank, dal canto suo, ha un multiplo di 43,6. Valori, è spesso il leit motiv degli esperti, più da hedge fund che da banche istituzionali. Insomma, su questo fronte la situazione delle due big di casa nostra è certamente migliore.
Diversa, invece, la situazione nell’esposizione ai titoli di Stato dei Piigs. Qui le maggiori banche europee, a fine giugno scorso, detenevano oltre 310 miliardi in bond di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia o Spagna (+13% sui 12 mesi). Un’esposizione più gravosa per gli istituti italiani e spagnoli: per Intesa Sanpaolo valevano il 204% dei mezzi propri; il 79% per Bbva, il 76% per UniCredit e circa il 60% per Santander. In particolare poi, sempre nel primo semestre, gli acquisti netti di BTp da parte Intesa Sanpaolo sono stati circa 20 miliardi; quelli di UniCredit 8,3 miliardi.
Infine, ma non meno importanti, i ratio patrimoniali e i crediti dubbi netti. Su ques’ultimo fronte, nei primi 6 mesi del 2013, a livello globale sono rimasti stabili (+0,3%) anche se con forti disomogeneità: in rialzo in Italia, Spagna e Paesi Bassi. In diminuzione negli altri Stati. Le svalutazioni sui crediti, peraltro, sono anch’esse diminuite di oltre 7 miliardi. Il Cor tier 1 delle 20 big, dal canto suo, si è assestato al 12,4 (era il 12,1 a fine 2012).

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