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Banche Ue, il 26% degli utili va nei «paradisi»

Così fan tutti. Dalle major alle rockstar. Un giro di valzer fiscale. Via Olanda, Lussemburgo o Irlanda. Giù giù fino a qualche remoto paradiso fiscale. Costruendo complesse architetture contabili. Per pagare meno tasse. Artifizi contabili che tolgono però risorse pubbliche ai rispettivi paesi di provenienza e – in definitiva – a tutti i cittadini che in quei paesi vivono. Creando situazioni di concorrenza sleale. Così fan tutti. E tutti lo sanno. Solo che questo giro di valzer fiscale, tra regimi agevolati, filiali con vista sui prati lussemburghesi, sotto i cieli d’Irlanda o in qualche isola tropicale, resta sotto traccia. Nel segreto blindato di consulenze fiscali milionarie. Per tutti i settori economici. Tranne uno: quello bancario che dal 2015 è l’unico settore obbligato a rendere pubblici i dati sugli utili prodotti e sulla tassazione paese per paese. Come risultato delle nuove regole internazionali seguite alla crisi finanziaria dei subprime.
L’obbligo di rendere pubblici i dati su utili e tasse, paese per paese, non c’è invece per tutte le altre società. Major che nei loro bilanci aggregati riescono ad oscurare l’uso che fanno dei paradisi fiscali.
Uno studio realizzato da Oxfam Fair Finance ha preso in esame per la prima volta i dati presentati dalle prime 20 banche europee nel 2015.
Secondo lo studio, nel 2015 le prime 20 banche europee hanno prodotto nei paradisi fiscali il 26% dei loro utili. Un euro su ogni quattro guadagnato dalle big bank finisce in un paese a tassazione privilegiata, o a zero tasse. Nel complesso si stimano 25 miliardi di euro di utili non tassati o tassati meno. Utili che attraverso l’elusione aggirano le più alte aliquote dei paesi europei di provenienza, Italia compresa.
C’è una discrepanza che salta agli occhi tra quanto dichiarato dalle prime 20 banche europee nei paradisi fiscali – il 26% degli utili, appunto – e il fatturato prodotto dalle filiali delle stesse banche in questi paesi che si ferma al 12% rispetto al giro d’affari complessivo. Così come il numero di occupati nei «paradisi» che è del 7% del totale degli occupati. Con un rapporto produttività per occupato spaventoso. Se non ci fosse l’inghippo contabile.
Nel 2015 le prime venti banche europee hanno dichiarato 4,9 miliardi di utili in Lussemburgo, più di quanto non facciano in Gran Bretagna, Svezia e Germania messe insieme. Barclays, quinta banca europea, ha registrato 557 milioni di euro di profitti in Lussemburgo sui quali ha pagato tasse per 1 milione di euro (l’aliquota è difficile da calcolare perché è troppo sotto lo zero). Strano: banche che hanno registrato perdite nei loro paesi hanno prodotto utili nei tax haven. Deutsche Bank, ad esempio, nel 2015 ha riportato perdite in Germania ma ha guadagnato 1,8 miliardi nei paradisi. Tra le venti big bank Ue, com’è noto, ci sono anche le due italiane UniCredit e Intesa Sanpaolo.

Riccardo Barlaam

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